Le sorti del conflitto nel Golfo Persico, che il Presidente ultra conservatore statunitense adesso vorrebbe concludere in fretta con uno sguardo preoccupato rivolto alle elezioni di “middle term” del prossimo novembre, nettamente favorevoli alla sinistra democratica, passano adesso totalmente nelle mani del regime iraniano, con ripercussioni economiche dirette e indirette che si abbatteranno in misura molto pesante soprattutto sull’Italia terremotata dall’esito referendario e che – dopo la “sbornia meloniana” – si scopre più esposta e vulnerabile sul piano energetico, industriale e sociale
Proprio lo shock bellico, in atto dal 2022 in Ucraina e da un mese in Iran, oltre a martellare il fianco destro dell’Europa e del Mediterraneo, sta facendo altrettanto sul fianco destro dell’arco costituzionale italiano. Il decreto bollette adottato quattro giorni prima della disastrosa – ovviamente per la compagine dei Fratelli d’Italia – si è rivelato un autogol assoluto, con nuove impennate più recenti, pure odierne, dei prezzi dei carburanti, il che ha comportato una riduzione netta dei finanziamenti al servizio sanitario pubblico e si è trasformato in un sussidio a favore, più che degli automobilisti, delle compagnie petrolifere
Da adesso in avanti, a Roma così come a Washington, Meloni e Trump saranno due eccellenti “osservati speciali” dalle rispettive opinioni pubbliche, in special modo da qui al prossimo novembre: un mese che misurerà, in Italia, il livello o no di residua coesione della maggioranza di destra intorno alla manovra di bilancio per il 2027, quella di conclusione della legislatura iniziata nell’autunno del 2022; e, negli States, oltre Atlantico, il livello di caduta del consenso popolare nei confronti di “The Donald” a seguito degli inciampi sui terreni assai scivolosi della sicurezza interna e delle guerre estere innescate.
Nel frattempo, non sono escluse manovre correttive con cui il governo Meloni potrebbe dover fare fronte a ulteriori rincari dei costi internazionali destinati a riversarsi su tariffe e prezzi al dettaglio, negoziando con Bruxelles la sospensione del patto di stabilità sottoscritto con Bruxelles proprio dal ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Si calcola che, nel corso dei prossimi mesi, saranno necessari ottanta miliardi per contrastare gli effetti congiunturali e strutturali dei conflitti globali, un budget improponibile in applicazione del fiscal compact e del principio di spesa netta che ammette pochissime deroghe casistiche (guarda caso, la prima delle quali ha riguardato le uscite per la Difesa militare).
Se formalmente il quesito referendario aveva come oggetto la riforma degli organi di autogoverno della Giustizia legale, quel “No” pronunciato con forza dai cittadini ha lanciato alla Premier un’accorata bocciatura sul fronte della Giustizia sociale. E proprio qui sarà una parte significativa degli stessi elettori di Meloni (o ex tali, uno su cinque di Forza Italia e uno su dieci di Fratelli d’Italia) a non concedere più rinvii, attenuanti o scuse di cause di forza maggiore. Se, a seguito della clamorosa sconfitta popolare di domenica e lunedì, la Premier pensasse di avere risolto i problemi allontanando alcune delle figure più discusse, lasciando al loro posto Ministri come Urso allo Sviluppo economico e Giorgetti alle Finanze o Nordio alla Giustizia – in una Nazione in calo industriale da 37 mesi, con la pressione fiscale in salita e con il galoppante aumento della insicurezza reale e percepita – allora avrebbe commesso la più clamorosa delle leggerezze. Ma a questo non vogliamo pensare.
AZ



