l vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance sceglie di compiere due atti gravi, che non possono essere sottovalutati

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Il primo: attaccare l’Ucraina nel momento più drammatico della sua storia recente, mentre combatte per la propria sopravvivenza contro l’aggressione russa.

E lo fa rilanciando tesi tanto infondate quanto pericolose, come quella di una presunta ingerenza ucraina nei processi elettorali—una narrazione che riecheggia, in modo inquietante, non solo la propaganda di Orbán, ma anche il copione del Cremlino.

Il secondo: prendere di mira l’Unione europea, ridotta caricaturalmente a una “burocrazia di Bruxelles” ostile ai popoli.

Ma l’Europa non è un corpo estraneo: è una comunità di diritto fondata su regole liberamente condivise, poste a garanzia della democrazia, dell’equilibrio dei poteri e della tutela dei cittadini. Esattamente quei principi che, negli ultimi sedici anni, il governo Orbán ha progressivamente eroso in Ungheria. Difenderli non è ingerenza: è dovere politico e responsabilità istituzionale.

Il disegno che emerge è fin troppo evidente: indebolire l’Ucraina, delegittimare l’Unione europea, alimentare divisioni nel campo democratico. E il fatto che tali posizioni vengano espresse, da Budapest, da un vicepresidente americano, segnala una convergenza tanto anomala quanto profondamente preoccupante.

È per questo che oggi più che mai serve un’Europa forte, consapevole e sovrana: capace di difendere i propri valori, la propria unità e il proprio ruolo nel mondo.

Enrico Borghi