È finita malissimo, come era facilmente prevedibile

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Nella notte il vicepresidente degli Stati Uniti Jd Vance è salito a bordo dell’Air Force Two ed è ripartito per Washington facendo saltare con lui anche ogni chance di accordo di pace con l’Iran.
Ma non prima di aver minacciato e lanciato il solito, credibilissimo, ultimatum:
“Non c’è impegno a non sviluppare il nucleare. Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore”.
La verità è che fino ad oggi non si è stati neanche lontanamente vicini ad un vero accordo finale.
Troppo distanti le condizioni storiche poste dall’Iran – dalla fine di ogni aggressione alla cessazione di ogni sanzione, a Hormuz a pagamento, fino alla ratifica Onu – da quelle americane e di Israele, che nel frattempo continua a bombardare impunemente in Libano in violazione di ogni diritto internazionale, ogni tregua e negoziato.
Vance è stato mandato da Trump con lo scopo preciso di prendere tempo ed evitare un pantano militare, tattico, strategico e politico sempre più simile a un Vietnam che a un Venezuela, mentre Trump precipita nei sondaggi e il consenso nei suoi confronti è quasi al livello di Nixon ai tempi del Watergate.
Risultato: l’Iran non si muove di un millimetro, mai così in posizione di forza come oggi, Hormuz resta bloccato, la crisi energetica galoppa e Trump colleziona batoste internazionali una dietro l’altra.
Un capolavoro di dilettantismo, arroganza, approssimazione, sottovalutazione, ignoranza, nessuna conoscenza del nemico e la presunzione storica occidentale che dall’altra parte del globo ragionino coi nostri parametri e le nostre aspirazioni.
Quando questa terribile stagione trumpiana tramonterà, l’Iran sarà ricordato come l’inizio della fine.
E, insieme a lui, tutti i servi sciocchi e cheerleader che lo hanno riverito, incensato, candidato al Nobel per la pace. Ma il conto finale lo stiamo pagando noi. Tutti.