A margine del vertice Nato di Londra del dicembre 2019, si svolse un bilaterale con il presidente Trump, organizzato prima che lui ripartisse
Mi feci accompagnare dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini per fare il punto su varie questioni, ma soprattutto portare all’attenzione del presidente Usa un dossier molto delicato per il nostro paese: la situazione in Libia, dove infuriava la guerra civile e il generale Haftar aveva intrapreso un’operazione militare che mirava a conquistare Tripoli e a rovesciare il governo di accordo nazionale.
Davanti al disimpegno degli Stati Uniti in quell’area per noi strategica, intendevo ribadire a Donald Trump che era cruciale che il suo paese non trascurasse la reale portata di quanto accadeva in Libia.
(….) La mia insistenza non cadde nel vuoto. I risvolti economici lo interessarono molto: «Mi dicono che il petrolio libico sia di ottima qualità. Che aspettate a sbarcare lì con il vostro esercito? Forza, andate e prendetevelo voi!».
Questo invito spiazzante mi lasciò di sasso. Emergeva la distanza siderale che ci separava sulla concezione del diritto internazionale e sul rapporto tra Stati sovrani.
Mi tornò alla mente l’intervento militare in Libia fortemente voluto da Sarkozy nel 2011, che, partendo da un mandato Onu limitato alla protezione della popolazione civile, aveva portato alla caduta del regime di Gheddafi, innescando un’instabilità di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Risposi molto seriamente: «Noi ci sentiamo vincolati al diritto internazionale, la nostra forza è far dialogare le fazioni in lotta per orientare tutti a una soluzione. Stiamo lavorando per raffreddare lo scontro armato e per avviare un processo di stabilizzazione politica e di pacificazione nazionale.
È il modo migliore per respingere l’influenza di potenze straniere e tutelare i nostri interessi strategici in linea con lo sviluppo del fianco sud della Nato.
Ma se gli usa non ci aiutano, sarà molto complicato riuscirci». Gli chiesi esplicitamente di riconoscere all’Italia questo ruolo strategico per cercare di pacificare la regione. Lui si rivolse al suo staff, dal ministro della Difesa al consigliere per la Sicurezza nazionale, dicendo loro di provvedere di conseguenza. Usciti dal bilaterale, il ministro Guerini non riusciva a nascondere la sorpresa per la confidenza con cui conversavo con Trump e il tono «diretto» con cui lui trattava le questioni anche più complesse e delicate.
(…) L’esito dell’incontro fu decisamente utile, tanto è vero che, qualche giorno dopo, la stampa riportò alcune dichiarazioni da cui emergeva che l’Italia, con il pieno appoggio degli Stati Uniti, avrebbe svolto un ruolo strategico nel contesto del Mediterraneo e libico in particolare.
(…) Si è molto favoleggiato su questo mio rapporto con Trump. Qualcuno ha voluto malignare immaginando chissà quali concessioni sia costata a me e all’Italia.
(…) La realtà è che durante i miei governi abbiamo avuto eccellenti rapporti con gli Stati Uniti, rispettando la tradizionale alleanza ma senza nessuna subordinazione. La nostra condotta non acquiescente ha prodotto anche qualche tensione. Ad esempio quando, nel marzo 2019, sottoscrivemmo con la Cina il Memorandum of Understanding riguardante la Belt and Road Initiative.
Era importante tentare di riequilibrare la nostra bilancia commerciale con una economia in continua crescita e offrire ai nostri imprenditori nuove opportunità di espansione verso l’enorme mercato cinese.
Gli americani non furono contenti. Ci arrivarono alcuni avvertimenti e pressioni diplomatiche. Ma fui molto chiaro: io ero il premier di un paese alleato, non subalterno agli Stati Uniti.
Non intendevamo affatto mettere in discussione i nostri storici rapporti con Washington, ma questo non poteva implicare una rinuncia a esplorare nuove opportunità di affari per le nostre imprese né tantomeno a proseguire un partenariato strategico con la Cina impostato sin dal 2014.
Giorgia Meloni ha invece lasciato scadere l’accordo sulla Belt and Road Initiative, senza rinnovarlo. Ha comunicato l’uscita ufficiale a dicembre del 2023, dando un chiaro segnale di compiacenza agli americani.
Ma, dopo aver consolidato le proprie credenziali atlantiste, ha compiuto tentativi quasi affannosi per «ricucire» i rapporti diplomatici ed economici con Pechino.
Agli inizi di luglio 2024, il ministro delle Imprese Adolfo Urso era in Cina per cercare partnership industriali nell’ambito della mobilità elettrica al fine di realizzare in Italia una piattaforma produttiva utile a contrastare il declino dell’automotive. Un tentativo disperato.
Giuseppe Conte



