La sua Ungheria, dopo sedici anni di governo incontrastato, è profondamente mutata.
Con una legge elettorale ad hoc ha ridisegnato i collegi elettorali a favore del suo partito, Fidesz. Ha occupato la Corte Costituzionale di fedelissimi, consegnato il sistema mediatico ai suoi amici, messo all’indice docenti universitari, varato norme repressive contro le minoranze etniche e sessuali.
Fino all’orrore di consentire manifestazioni neonaziste vietando invece quelle antifasciste.
Chiamava questo sistema “democrazia illiberale”, un ossimoro giuridico che contempla la democrazia soltanto nel momento del voto. Poi, ottenuto il consenso, saltano tutti i contrappesi. Per fortuna la più grande anomalia europea è finita domenica scorsa:
Orbán seppellito dall’avversario Peter Magyar, proveniente dalle sue stesse file prima di fondare un altro partito di destra, Tisza, però più europeista.
Si spera che quest’ultimo, altrettanto intransigente in tema di immigrazione, freni invece le ingerenze putiniane nel suo Paese (arrivate a spiare le mosse del Consiglio europeo attraverso le orecchie del ministro degli esteri Szijjarto) e finisca di utilizzare sistematicamente lo strumento del veto per paralizzare Bruxelles.
Ma il dato più significativo è l’enorme affluenza alle urne, giovani compresi: più che un sì a Magyar, certamente un voto per i diritti e contro Trump.
Il presidente americano, con un atto senza precedenti, aveva spedito il suo vice Vance a Budapest sul palco con Orbán e aveva perfino telefonato in diretta nel corso di una manifestazione. Senza capire, evidentemente, che il suo è ormai un abbraccio tossico.
Ne sa qualcosa Giorgia Meloni, sconfitta al referendum anche a causa della sua vicinanza al boss della Casa Bianca.
Meloni che aveva anche partecipato a uno spot elettorale a favore dell’amico Viktor assieme a Salvini, Le Pen, Abascal, Milei e tutta la banda del sovranismo globale. Mal gliene incolse, l’amico patriota ha chiuso la sua era. Il voto di Budapest segna un risveglio.
Ma i germi dell’intolleranza circolano ancora, serviranno anni a cancellare i danni dell’orbanismo.



