A fare il punto è stata la Corte dei conti in una relazione, letta da Domani. Se nel 2017 i magistrati contabili proponevano di valutare «la prosecuzione o un ridimensionamento», nove anni dopo la rotta è ormai tracciata.
Anche perché, nel nuovo documento programmatico per la Difesa, il numero di velivoli da acquistare per l’Italia è salito, di nuovo, da 90 a 115.
In tempi di discussione sulle spese per la Difesa il documento, redatto dai magistrati contabili della sezione di controllo per gli affari europei e internazionali, pone una serie di quesiti sulla qualità della spesa.
Certo, il programma F35 fa discutere da decenni. Il primo memorandum è stato firmato nel 1998, sotto il governo D’Alema, e con l’esecutivo di Silvio Berlusconi, nel 2002, è stato ulteriormente ampliato e confermato dai vari esecutivi per la dotazione di 130 caccia F35, all’epoca illustrati come prodigi della tecnologia militare.
Solo nel 2012, con il governo Monti, c’è stato un ridimensionamento, a 90 mezzi, salvo poi il ritocco al rialzo (115) voluto dall’esecutivo Meloni nel documento programmatico, firmato dal ministero della Difesa di Guido Crosetto.
Pesanti ritardi
Il programma, al netto delle contestazioni, è indietro di oltre 10 anni. «Ha subito significativi ritardi specie nella sua fase sperimentale, dal momento che si sarebbe dovuto concludere nel 2012 e, invece, è terminato nel 2023», riporta la delibera.
A cascata ci sono stati effetti sulle fasi successive: «Il passaggio alla produzione a pieno ritmo dei velivoli si è verificato solo nel 2024, invece che nel 2015».
Inevitabilmente i rallentamenti hanno comportato un aggravio dei costi: al momento della sottoscrizione dell’accordo l’Italia si era impegnata per 10 miliardi di dollari. Dopo 27 anni le cifre sono diverse, nonostante il progetto stia nei fatti muovendo solo ora i primi passi concreti. «Al giugno 2025, per il programma F35 sono stati spesi (per le fasi di sviluppo e produzione, per lo stabilimento trivalente di Cameri e per l’attivazione dei siti) 11,84 miliardi di euro», mette nero su bianco la Corte dei conti. Il problema per l’Italia è soprattutto relativo ai costi shared, quelli condivisi con gli altri partner del progetto.
Stefano Iannaccone



