L’Archivio Rachele Bianchi presenta, dal 15 al 31 maggio 2026, presso la sua sede di Via Legnano 14 a Milano, Amore Genetliaco, mostra personale dell’artista italo-araba Sherine Naifar, a cura di Emma De Gaspari e Giorgio Uberti
Il progetto si inserisce nel programma Rete Aperta, giunto al suo decimo appuntamento, attraverso cui l’Archivio invita giovani artisti a confrontarsi con l’eredità di Rachele Bianchi, attivando un dialogo vivo tra memoria e ricerca contemporanea.
La ricerca di Sherine Naifar entra in dialogo con l’opera di Rachele Bianchi in una mostra che svela profonde connessioni tra generazioni e linguaggi artistici. Al centro, il tema di un “amore genetliaco”: una forza originaria che richiama la nascita, la generazione e la continuità della vita e delle forme.
In questo intreccio, la pittura si apre al confronto con la scultura Ricerca (1968) di Rachele Bianchi – un feto di bronzo raccolto in una spirale di nove segmenti di cordone ombelicale, che condensa in un’unica immagine l’idea della nascita come passaggio, legame e metamorfosi – e con un’installazione sonora di Frank Trace, ampliando la dimensione percettiva dell’esposizione e dando forma a un ambiente immersivo, in cui le opere dialogano e si trasformano reciprocamente.
“Riconosco in Sherine un’eco vitale della ricerca di Rachele sul corpo femminile, un ponte di materia che illumina la missione dell’Archivio: far emergere giovani talenti femminili, custodendo e rinnovando questa energia generativa”, afferma Giorgio Uberti, curatore dell’Archivio. “In questa esposizione dialogante, Sherine porta il suo mondo intimo: sperimentazioni materiche condivise e un ambiente sonoro immersivo. Ne nasce un percorso unico e irripetibile, che avvolge lo spettatore in un flusso animico di memoria e presenza, trasformando la visione in esperienza”.
LA MOSTRA
Pensata specificamente per gli spazi dell’Archivio, la mostra sviluppa un percorso in cui la ricerca di Sherine Naifar si radica in un rapporto viscerale e ambivalente con l’amore. Amore Genetliaco indaga infatti una forza originaria, generativa e vitale, ma al contempo ne espone la dimensione più fragile e dolorosa.
Per l’artista, l’amore non è una semplice esperienza emotiva, bensì una necessità profonda e continua, capace di attraversare corpo e psiche fino a diventare, talvolta, ingestibile. È proprio questa urgenza a renderlo un territorio complesso, dove desiderio e mancanza, apertura e vulnerabilità convivono in una tensione costante.
In questa prospettiva, l’amore si configura come una forma limite, quasi tossica non per sua natura, ma per l’intensità con cui viene vissuto: un eccesso che espone e ferisce, ma che al tempo stesso alimenta e rende possibile il gesto creativo. La mostra si presenta dunque come uno spazio di attraversamento e consapevolezza, in cui l’artista si osserva, si scompone e tenta di comprendere il proprio modo di amare, portandone alla luce contraddizioni e profondità.
All’interno di questo processo, l’arte si configura come un atto di salvezza: non come risoluzione, ma come possibilità di abitare il dolore senza esserne sopraffatti. Attraverso materia, gesto e corpo, l’artista traduce l’invisibile in forma, trasformando l’emozione in presenza. Le opere diventano così tracce di un’indagine interiore, vere e proprie “fotografie” dei molteplici amori che abitano l’artista – viscerali, conflittuali, vitali – e che costituiscono il nucleo generativo della sua pratica.
La mostra presenta quattro tele di grande intensità materica, che l’artista definisce “creature emotive”: presenze pittoriche nate da una gestualità istintiva e stratificata, in cui colore e segno si sovrappongono dando vita a composizioni dense e organiche.
Sherine, nella malta e nel rosso, rende la materia corpo vivo, carne dell’immagine; il rosso diventa sangue, energia, pressione emotiva, soglia di intensità, amplificando la dimensione fisica ed emotiva delle opere e trasformando la superficie pittorica in un campo pulsante di tensioni visive.
Il percorso espositivo si configura come un viaggio interiore, in cui il tema dell’amore emerge nella sua complessità, tra forza generativa e distruttiva, vulnerabilità e possibilità, ferita e trasformazione. È proprio in questo orizzonte che si inserisce la riflessione dell’artista sul cerchio, forma ricorrente e fondativa del suo linguaggio: “Sono profondamente attratta dal cerchio. Perché è la forma più vicina a come sento le emozioni. Non lineari, ma circolari. Vortici.
Parto sempre da lì – afferma Sherin – Il cerchio non si chiude mai davvero. Rimane aperto, in trasformazione. Per questo ritorna nel mio lavoro”. In questa visione, il cerchio non è soltanto un elemento formale, ma diventa struttura emotiva e principio generativo dell’opera: un movimento continuo che riflette la natura stessa delle emozioni, mai lineari ma in costante ridefinizione.
In Amore Genetliaco, l’amore non viene idealizzato, ma restituito nella sua complessità: forza che crea e distrugge, ferita e possibilità, perdita e, al tempo stesso, unica via di salvezza.
INSTALLAZIONE SONORA
L’installazione sonora accompagna e attraversa le opere, trasformando la mostra in un percorso immersivo e personale che invita a rallentare e a cogliere anche ciò che non è immediatamente visibile. Nata dal dialogo tra l’artista e il sound designer Frank Trace, l’opera unisce due pratiche affini, entrambe radicate nella memoria e nell’esperienza personale.
Il paesaggio sonoro, costruito come un flusso continuo, intreccia suoni reali del processo pittorico ed elementi simbolici legati alla dimensione interiore dell’artista, traducendo la pittura in linguaggio sonoro.
Questa collaborazione, fondata su ascolto e fiducia reciproci, rompe la staticità della visione e apre a un’esperienza multidisciplinare, permettendo al pubblico non solo di osservare, ma di abitare le opere e percepirne anche la dimensione emotiva.



