Il ministro Paradosso

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Ogni volta che apre bocca Carlo Nordio ci ricorda che è ancora ministro della Giustizia e fornisce nuovi elementi di incredulità a chi si domanda come sia possibile. L’altroieri era partito bene: “Non ho la più pallida idea del delitto di Garlasco e anche se l’avessi non la direi perché non posso pronunciarmi su un procedimento in corso”.

Infatti si è subito pronunciato con un bell’assist a chi pretende la revisione della condanna di Stasi: “Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannarla quando è già stata assolta da una Corte d’Assise e da una Corte d’appello? È un paradosso che nasce da una legislazione che andrebbe cambiata”.

Quindi, se va cambiata, non c’è nessun paradosso nella condanna di Stasi in base alle regole vigenti. E nessuno può saperlo meglio di Nordio che nel 2001, pm a Venezia, sporse una querela temeraria contro Dario Fo e Francia Rame per un articolo satirico: i due artisti furono assolti in Tribunale e in Corte d’appello, ma lui fece ricorso in Cassazione, non ritenendolo affatto un paradosso, neanche quando gli diede torto pure quella.

Del resto il giudizio di legittimità sulla conformità delle sentenze di merito alla legge e alla Costituzione può darlo solo la Cassazione: e su tutte, di condanna e di assoluzione. Perché l’errore giudiziario è la condanna dell’ innocente, ma anche l’assoluzione del colpevole (come si scoprì essere Stasi proprio grazie all’annullamento dell’assoluzione).

Su un punto però Nordio ha ragione: non ha la più pallida idea di ciò di cui parla. Stasi non fu affatto “assolto da una Corte d’assise”, ma da un gup di Vigevano (Vitelli, che ci ha pure scritto un libro) in udienza preliminare, perché aveva scelto il rito abbreviato.

E il gup, grazie al maresciallo Marchetto (condannato e poi prescritto per falsa testimonianza) che non l’aveva sequestrata, non poté valutare una delle prove regine: la bici nera da donna della famiglia Stasi vista da due testimoni poggiata al muretto di casa Poggi all’ora del delitto e poi sparita. Così assolse Stasi in base all’art. 530 comma 2 Cpp (la vecchia insufficienza di prove).

La bici non entrò neppure nel processo in Corte d’Assise d’appello, che incredibilmente respinse l’istanza dei Poggi di riaprire il dibattimento. Fu grazie all’annullamento in Cassazione (anche per quel buco nei primi due giudizi) che nel secondo appello si svolse finalmente una istruttoria regolare e completa. Anche sulla bici. Infatti Stasi fu condannato a 16 anni (24 meno lo sconto per l’abbreviato) su una serie di “indizi gravi, precisi e concordanti”: bici inclusa. E la Cassazione confermò “oltre ogni ragionevole dubbio”. Qui l’unico paradosso è che Nordio sia ancora ministro della Giustizia

Marco Travaglio