25 anni fa le audiocassette salutavano per sempre. Il rumore della sottile pellicola che si stacca, e che odora di chimico.
C’era la versione-base, da 46 o 60 minuti. Quella media, da 90. Per l’extralusso, quella da due ore, dal tuo salvadanaio di ragazzino, dovevi attingere tanti soldi. Troppi, per chi viveva della prussiana oculatezza di papà e mamma. Consegnavi la sanguinosa banconota al negoziante del centro (“prendo la Tdk da 90, quanto costa?”) e in cambio ti arrivava lei.
Nuovissima, celata da quell’involucro intonso di plastica, avvolta da quel cartoncino millimetrato sul quale potevi vergare a pennarello fine la tua playlist. Era l’audiocassetta, la C60, C90, la C120 marchiata Sony, Tdk o Fuji. Amica di tanti pomeriggi, compagna di tanti sogni.
Un lungo boa magnetico avvolto dentro un piccolo involucro, scrigno della musica che ti faceva battere il cuore. Era nata in Germania, nel 1965. Ma il boom arrivò nella seconda metà degli anni Settanta: prima con lo stereo da salotto, poi, dal 1979, con il Walkman, l’inno alla libertà, oggettino che ti consentiva di portarla a spasso, la tua musica. Di condividerla, cuore a cuore e cuffietta a cuffietta, con chi volevi.
SCARTARE PIANO
Quell’audiocassetta nuova imponeva una liturgia. Scartare con cura da alchimista la pellicola esterna. Aprire la confezione, portando alla luce il marchio. Apporla, pian piano, nell’alloggiamento dello stereo.
E iniziare a giocare a fare il disc jockey, a perlustrare le stazioni radio cercando di dribblare fruscii e altri guai di sintonizzazione, premere con le farfalle nello stomaco il tasto “rec”. E se le cose andavano male tornare al punto di partenza, come un infinito Monopoli musicale: cancellare tutto, anzi, si diceva, “registrare sopra”. Sbagliare e ricominciare.
La composizione della cassetta poteva durare giorni, ed alla fine arrivava l’esame, temuto e desiderato: l’ascolto, tuo e dei tuoi amici, e dell’altra metà del cielo. Dall’audioradio, dal walkman, sgorgava la “tua” musica: ti rendeva fiero, o ti faceva provare un sottile senso di sconfitta se il risultato non era quello sperato.
Ed era bello collezionarle, quelle cassette, una accanto all’altra, sulla mensola della camera. Benedette, maledette cassette.
Che sul più bello si attorcigliavano attorno alle testine del lettore, e nella più cupa disperazione, per non perdere niente del tuo certosino lavoro, dovevi armarti di penna e pian piano riavvolgere il nastro, senza spezzarlo, come un restauratore davanti a un capolavoro deturpato.
Piano piano, altrimenti anche il tuo cuore sarebbe andato in pezzi, insieme a quella musica un poco gracchiante e frusciante che avevi creato
. Oggi le audiocassette sono pezzi da museo, fanno sorridere di commiserazione i nostri figli, cresciuti con la musica digitale che fluttua sulla rete, in ogni momento. Una bulimia senza romanticismo, che non può emozionare come quelle piccole creature magnetiche, che scartavi con cura, che allevavi con amore nei pomeriggi rubati allo studio, che collezionavi, che usavi come passepartout per la felicità.



