Il dispiegamento della portaerei USS Nimitz nel Mar dei Caraibi voluta da Trump, non è un semplice esercizio di routine: è l’ennesimo tassello di una strategia di aggressione che sta portando Cuba sull’orlo di una crisi senza precedenti
In un momento in cui l’isola è già paralizzata da una drammatica carenza di risorse energetiche, con blackout che superano le 20 ore al giorno, questa dimostrazione di forza suona non solo come una minaccia, ma come un atto di cinismo geopolitico.
La presenza della Nimitz a poche miglia dalle coste cubane va letta nel contesto di un’escalation che non si limita alla pressione militare, ma che mira a un’asfissia economica totale.
Mentre la popolazione soffre per la mancanza cronica di cibo, medicinali e carburante, gli USA intensificano il blocco, trasformando la vita quotidiana in una disperata lotta per la sopravvivenza.
In questo clima di ostilità permanente si inserisce l’accanimento giudiziario, come il tentativo di incriminare Raúl Castro; colpire una figura storica, ormai ultra-novantenne, non ha alcun valore strategico o democratico, ma appare come un atto di prepotenza simbolica, un affronto volto a umiliare l’eredità politica di un intero Paese piuttosto che a costruire ponti per il futuro.
L’ossessione nel perseguire dirigenti cubani e le continue sanzioni contro l’intelligence dell’isola rivelano la volontà di destabilizzare un governo sovrano attraverso il ricatto, ignorando volutamente l’impatto umanitario sulle persone comuni.
È emblematico il contrasto tra la solerzia con cui vengono attuate queste manovre belliche e l’inerzia internazionale dinanzi alle violazioni del diritto che avvengono altrove; la diplomazia delle portaerei resta lo strumento preferito per affermare un’egemonia che calpesta ogni principio di autodeterminazione dei popoli.
Presentare la Nimitz come una misura di pressione è un eufemismo che nasconde il rischio reale di un’esplosione regionale. Invece di favorire percorsi di dialogo o alleviare la sofferenza di una popolazione stremata da decenni di embargo e crisi energetica, Washington sceglie la via della minaccia muscolare e della gogna giudiziaria.
Questa politica risponde a una minaccia concreta, e riflette l’ossessione di mantenere un controllo coloniale sui Caraibi.
Trasformare il mare antistante Cuba in un teatro di esercitazioni militari e puntare il dito contro figure che hanno segnato il secolo scorso non serve a liberare nessuno: serve solo a rendere più buia, fredda e difficile la vita di milioni di persone che chiedono solo di non essere schiacciate da una disputa di potere che non hanno scelto



