La finale di Champions League, la quintessenza del calcio europeo, vale sempre la pena di essere vista.
Soprattutto quest’anno, visto che all’atto conclusivo sono arrivate due squadre letteralmente agli antipodi.
Da un lato il Paris Saint-Germain, caos ordinato, danza e fioretto, emblema del talento offensivo con il suo tridente offensivo Doué-Dembélé-Kvaratskhelia.
Dall’altro l’Arsenal, chiusura a doppia mandata, velenoso come un serpente, capace di porgere l’altra guancia e di colpire inesorabile.
È stata una finale difatti equilibrata tra due squadre che si equivalgono.
Ha segnato Havertz, ancora una volta in una finale di Champions.
Ha pareggiato Dembélé su rigore, ancora una volta in una finale di Champions.
Poi, in realtà, poco altro.
Materia e antimateria, yin e yang, sole e luna: gli opposti si annullano.
Non bastano 90 minuti.
Non bastano i tempi supplementari, evocati per la prima volta dopo 10 anni.
Non sarebbero bastati neanche i rigori se di per sé non fossero l’extrema ratio, il modo ultimo per decretare il vincitore quando un vincitore, in realtà, non dovrebbe esserci.
Alla fine ha trionfato il PSG.
È bastato il rigore di Gabriel tirato in curva, nonostante una prestazione di Safonov sottotono.
In un certo senso è stato pure giusto così.
Dopo aver sbattuto fuori uno dei Bayern Monaco più forti che si ricordi ultimamente.
Dopo aver dominato il Liverpool, rischiando anche paradossalmente di uscire.
Dopo aver regolato il Chelsea, un’altra inglese – del resto non c’è due senza tre – e gli acerrimi rivali del Monaco.
I parigini hanno dimostrato per il secondo anno consecutivo di essere i più forti d’Europa.
Per i francesi, è il quarto trofeo stagionale vinto dal dischetto, a dimostrazione di una rosa che ha il carattere giusto.
Il PSG ha vinto la Champions League.



