Questa torrida e crudele estate ci sta rubando, una dopo l’altra, le gemme del nostro sport e i palpiti della nostra vita. Gli eroi piegano la testa, chiudono gli occhi su questo cielo troppo azzurro, che ha dimenticato le nuvole.
Anche Livio Berruti ha lasciato i blocchi della vita per i suoi ultimi 200 metri. È scattato con quelle scarpette bianche, la canotta azzurra, il ciuffo da ragazzo della porta accanto e gli occhiali da intellettuale.
Volava, Livio: quando ha strappato, primo europeo, l’oro olimpico ai semidei statunitensi. Ha affrontato la curva della sua giovinezza con forza, con quei piedi rapidi, quella meccanica da gazzella, che nessuno insegna.
Ha visto il rettilineo dispiegarsi davanti agli occhi, profondo, infinito: lo ha domato, senza sbandare, testa alta, braccia come metronomi.
Ha vinto, amato la sua Wilma Rudolph, amore coronato o forse no, non è importante, conta la leggenda. Alla fine di 87 anni da campione si è gettato sul filo di lana, l’ultimo, sapendo che oltre c’è soltanto il non c’è. Vanno via il caschetto di Keegan, il magistero di Baresi, ora i piedi alati di Berruti. Maledetta estate, rovente di dolore e nostalgia.



