La guerra porta male

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La guerra porta male, soprattutto a chi la scatena. La guerra porta male non è una banalissima petizione di principio, ad alto valore morale ma a bassa incidenza reale, come dire che è un evento funesto, sparge vittime e dunque nuoce all’umanità

La guerra porta male non è nemmeno un mantra superstizioso, nel senso che porta iella, come vuole il nesso tra iattura e iettatura.

La guerra porta male è oggi una precisa considerazione nata dall’osservazione della realtà e degli ultimi conflitti ancora aperti, a Est, in Medio Oriente, e un po’ ovunque.

La novità non è assoluta perché ci sono molti precedenti storici che lo insegnano, ma è comunque un esito finora non valutato nei conflitti in corso: la guerra porta male soprattutto alle potenze, ai soggetti più forti che s’imbarcano nel conflitto.

Prendete gli Stati Uniti e la Russia, e poi Israele e perfino l’Europa e vi accorgete di una cosa: indipendentemente se ciascuno avesse ragione o torto, se la loro guerra avesse motivazioni migliori rispetto ai paesi con cui sono entrati in conflitto, ma la situazione attuale è la seguente: la Russia di Putin ha avuto finora più danni che vantaggi dal conflitto in Ucraina, ha raccolto più vittime che territori, ha suscitato più inimicizie nel mondo e più conseguenze letali alla propria economia che riconoscimenti di ruolo e di status mondiale.

Non ho mai pensato che quella russa fosse un’aggressione immotivata e a freddo nei confronti dell’Ucraina, ho anzi da subito riconosciuto che c’erano torti e ragioni pregresse e non considerate, da parte dell’Ucraina e dell’Occidente, ferite storiche precedenti e serie minacce future che hanno spinto la Russia a invadere l’Ucraina.

Però, indipendentemente dalle cause e dalle ragioni che hanno spinto Putin all’impresa, resta oggettivo che la Russia da questo conflitto ci sta solo perdendo, o quantomeno quel che guadagna non vale quel che perde, sacrifica o mette in gioco.

Probabilmente Putin ha perso il kairos, il momento propizio in cui accettare la pace: fu subito dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, quando era relativamente vincente in Ucraina e aveva una sponda occidentale a lui non ostile.

Avrebbe potuto negoziare la pace in una condizione di forza; ma ha voluto spingersi ancora più avanti, ottenere di più e si è incartato. Ora la situazione è stata rimessa su un piano di parità o comunque di minore squilibrio in suo favore. E con un maggiore isolamento internazionale e una maggiore debolezza e dipendenza anche nei confronti della Cina.

Ma nello stesso impasse è Trump con la sua guerra all’Iran, che è stata obiettivamente un errore. Anche in questo caso lascio da parte le motivazioni addotte, reali o fittizie, o le ragioni inconfessate che ne stavano sotto, le pressioni e i ricatti subiti da Trump.

Mi limito a considerare con assoluto realismo gli effetti. Non ha piegato l’Iran, non ha risolto la situazione in poco tempo, il favore fatto a Israele si è ritorto contro di lui, al punto che si profila l’ipotesi che Trump voglia scaricare sulla follia aggressiva di Netanyahu la responsabilità del conflitto o quantomeno del suo perdurare e allargarsi al Libano. Ma quella situazione lo sta logorando, indebolisce gli Usa, li espone sul piano internazionale, li isola anche dal resto dell’Occidente e mette in grave difficoltà interna l’Amministrazione Trump. Ha creato una crisi, soprattutto energetica, a livello internazionale.

Tutti gli atteggiamenti aggressivi, minacciosi, “imperialistici” di Trump che aveva vinto le elezioni proprio perché si mostrava al contrario propenso a non caricare sugli Stati Uniti ll compito di gendarme del mondo e interventista “umanitario” su tutti i fronti, stanno indebolendo la sua leadership e isolandola dal resto del mondo.

Anche Israele che appariva come “l’utilizzatore finale” di questo scenario di guerra in Medio Oriente, rischia di ritrovarsi ancora più isolato e odiato nel mondo per il suo bellicismo permanente, le sopraffazioni dei suoi coloni, le sue violazioni di ogni tregua e ogni negoziato, la pretesa di Netanyau di mantenere il potere e l’impunità internazionale mantenendo in tensione permanente tutta l’area circostante e di riflesso tutto il mondo.

Insieme agli Usa rischiano di innescare e moltiplicare la minaccia di terrorismo islamico in Occidente.

E per finire anche l’Europa che si sta svenando per sostenere Zelenskij e per riarmarsi in funzione antirussa, leggendo con rovinoso masochismo il conflitto russo-ucraino come una guerra di Putin contro l’Unione Europea, si trova oggi in grande difficoltà, non riesce a uscire da questo pantano, e recita un ruolo grottesco e improprio, per un soggetto internazionale che vantava come suo primo, e forse unico merito, i suoi ottant’anni di pace interna, che rischiano di essere lacerati da questi scenari di guerra e da questa sconsiderata corsa alle armi.

E la rottura russo-tedesca, unita al riarmo tedesco, è un segnale inquietante per l’Europa e per il mondo.

Marcello Veneziani