Azzurro Infantino

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Siamo ancora capaci di scherzare? Di prenderci, e di lasciarci prendere, in giro? Il capo del calcio planetario Giovanni Vincenzo Infantino, che fin dal nome denuncia origini non proprio austroungariche, ha scherzato sulla latitanza dell’Italia ai Mondiali extralarge — 48 squadre — chiedendosi ironicamente se basterà allargarli a 64 o a 208 perché ci si riesca a qualificare

Non sarà la battuta del secolo, però è simile a tante altre che si leggono sui social e che si sentono al bar in questi giorni di abbuffata calcistica in cui noi siamo gli unici a digiunare.

Infantino ha la cittadinanza italiana e spasima per l’Inter fin da bambino, rientra perciò a pieno titolo nella categoria degli orfani azzurri. L’incarico istituzionale (è presidente della Fifa) gli impone un contegno, ma stiamo pur sempre parlando di un bonario sfottò rivolto alla sua Nazionale del cuore.

Invece il Tribunale dell’Indignazione, riunito in seduta plenaria davanti alle tastiere, ha subito manifestato sorpresa e disgusto, rinfacciando a Infantino di avere mancato di rispetto a una squadra che tutti abbiamo dileggiato.

Persino il ministro dello Sport ha espresso perplessità per le sue parole, riservandosi di chiederne ragione all’interessato.

Nel caso davvero lo sentisse, farebbe meglio a contestargli di aver completato la trasformazione di uno sport popolare in un baraccone spillasoldi che solo le élite possono permettersi di frequentare, come dimostrano certi stadi semivuoti. E questa, purtroppo, non è una battuta.

Massimo Gramellini