Igor, Dieci per sempre

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Nomen omen, il nome è un presagio avvertivano i Romani. Se vieni chiamato Igor, simbolo di forza e coraggio, la forza e il coraggio Igor Protti li ha mostrati sempre nella sua vita, sino all’ultimo respiro.

Noemi ha confermato: «Il tuo novantesimo minuto era portarmi all’altare, ci sei riuscito e non ti ringrazierò mai abbastanza per questo». Era il 25 maggio, ventiquattro giorni prima dell’addio, a 58 anni. Sorretto dal figlio Nicholas Flavio, con tutto l’orgoglio che aveva quel giorno e sopportando la sofferenza che aveva in corpo, il padre aveva accompagnando la figlia per augurare a lei e al marito “che il Mondo vi regali un mondo di serenità! Coltivate ogni giorno il vostro Amore”. Hai detto il vero, Noemi: “Le persone vedono il fischio finale, ma noi abbiamo vissuto con te i novanta minuti contro questo avversario bastardo, subdolo. La gente, come nelle partite di calcio, guarda il risultato al novantesimo minuto, non agli altri ottantanove.

Tu non hai perso babbo, perché chi ti è stato vicino sa davvero quante cose sei riuscito a fare in questo anno. Quanti traguardi, a partire dall’essere riuscito a vedere il film, il tuo film”. Il titolo non poteva essere più azzeccato: “Igor, l’eroe romantico del calcio”. E qui si capisce tutto.

Si capisce perché vada dritto al cuore il tributo incessante che in queste ore il Calcio riserva a uno dei due soli attaccanti capaci di vincere la classifica dei cannonieri in A, in B e in C. E, quando Protti la vinse in Serie A ex aequo con Beppe Signori, segnò 24 gol mettendo in fila Enrico Chiesa, Marco Branca, Gabriel Omar Batistuta, Oliver Bierhoff. Fra, gli altri, anche Roberto Mancini, George Weah, Gianluca Vialli. Per dire. Una galleria di eroi dell’Età dell’Oro, soffusa di rispetto, ammirazione e anche malinconia, generata da questi giorni in cui siamo convitati di pietra dell’ipertrofico mondiale infantiniano. Igor non ha mai giocato in Nazionale, ma è diventato lo stesso il bomber della gente issandosi in cima alla piramide dei 257 gol segnati in carriera, volando alto sopra le barriere del tifo. Otto sono state le maglie che ha indossato in carriera: Rimini, Livorno, Virescit Boccaleone, Messina, Bari, Lazio, Napoli, Reggiana, con i picchi di Livorno (304 presenze, 140 gol), Bari (121 presenze, 51 gol) e Messina (113 presenze, 35 gol). In queste maglie, nei loro tifosi, nel loro affetto, nel loro cordoglio, risiedono la grandezza di Igor e il suo calcio dal sapore antico, combinazione di passione, entusiasmo, cuore

. Protti è stato un antipersonaggio per eccellenza, anche quando i riflettori illuminavano a tutto tondo il ragazzo che portava il nome del principe vichingo Ingvarr, da cui Igor deriva. Il tratto dell’uomo, dei suoi valori autentici e mai affettati, ha accompagnato sempre il profilo dell’attaccante capace di reti meravigliose, cittadino onorario di Livorno e di Bari, moltiplicatore di una toccante commozione popolare. Come il lungo addio itinerante: prima a Cecina; poi, a migliaia nel suo stadio Armando Picchi, nell’addolorata Livorno in lutto cittadino; quindi Rimini e ancora Bari, venerdì prossimo, con la fiaccolata sotto la Curva Nord del San Nicola da intitolare a lui. Ha scritto un tifoso su Instagram: “Per chi non lo sapesse, Igor Protti, per noi livornesi, è come Diego Armando Maradona per i napoletani. E’ l’ultimo baluardo di un calcio che, purtroppo, non esiste più. Passeranno i secoli, ma Livorno, un altro Protti, calcisticamente parlando, non lo vedrà mai più. Prima un grande uomo e dopo un grande sportivo, di poche chiacchiere e grandi imprese”. È impressionante l’ondata di sentimento profondo che tocca l’anima, come toccò l’anima di Igor la catena umana formata dai tifosi livornesi sotto la finestra dell’ospedale di Pisa dov’era ricoverato. “Nel bene, nel male, nella lotta. Forza Igor”, scrissero a caratteri cubitali sullo striscione, bene inalberato perché Protti lo vedesse dall’alto. Lui chinò il capo, disse: “Grazie. Sono senza parole”. Hai parlato con i fatti, Igor. Come nel ’99. Scendi in C1 per onorare la promessa formulata undici anni prima, lasciando Livorno agli inizi della carriera: «Tornerò per salire in alto insieme». Nel 2002 hai portato gli amaranto in B, nel 2004 in A, dopo 55 anni. Ha scritto il club labronico: “Ci sono persone che appartengono ad una squadra. E poi ci sono persone a cui una squadra appartiene. Igor era Livorno”. Quando si ti sei ritirato, hai spiegato: “Preferisco smettere un minuto prima del previsto, che un secondo dopo avere stancato chi mi ama». Nessuno si è mai stancato di te. Ci hai salutato così: “Spero sia un arrivederci e non un addio”. Arrivederci, Igor.