Figc, dopo il flop Mondiale ecco il finto rinnovamento del calcio con Malagò e il suo Circolo

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Con Curaçao e Capo Verde ma senza l’Italia. Mentre il primo Mondiale a 48 squadre allieta i cinque continenti, i nostri dirigenti sportivi si affrontano nella competizione dove nessuno può batterci: la caccia alla poltrona. In queste ore si sta votando per la nuova Federcalcio con un chiaro favorito, Giovanni Malagò.

L’ex presidente del Coni alla guida della Fondazione Milano Cortina procederà a nominare la sua nuova struttura di governo dopo che Gabriele Gravina è stato costretto a dimettersi per la terza eliminazione consecutiva della Nazionale dalla Coppa del Mondo 2026 a opera della Bosnia Erzegovina.

Il consenso di Malagò è basato su una geografia di alleanze inedita. Con lui si schiera la Lega di Serie A, a eccezione del declinante patron della Lazio e senatore forzista Claudio Lotito, parte della Serie B e della Serie C (Lega Pro), più gli allenatori dell’Aiac e i giocatori (Aic) che è un po’ come se la Cgil di Maurizio Landini facesse il giro del tavolo per schierarsi dalla stessa parte della Confindustria.

Miracoli del Grande Unificatore. Persino gli avversari, come il ministro dello sport Andrea Abodi, riconoscono a Giovannino una capacità trasversale assoluta, espressa nella sua creatura di elezione, il Circolo canottieri Aniene di Roma di cui è tuttora presidente onorario e di cui lo stesso Abodi è socio.

Oggi come ieri lo slogan è sempre lo stesso: andiamo a comandare, dureremo ben più di questo governo e siamo messi bene con qualunque maggioranza prossima ventura.

Malagò si percepisce e si racconta come un uomo estremamente generoso che condivide la fortuna che gli capita. La stessa retorica l’ha utilizzata per motivare la sua decisione improvvisa di candidarsi alla guida del malconcio pallone italiano: volevo andare a leggere il giornale sul mare di Sabaudia e invece mi tocca l’ennesima impresa.

A L’Espresso risulta da più fonti che la sua candidatura fosse in discussione già prima dell’eliminazione della Nazionale per mano dei terribili bosniaci, a ridosso della semifinale di Bergamo contro l’Irlanda del Nord.

All’inizio di marzo l’ex numero del Coni e membro del Cio era già il piano di riserva, e ne era consapevole, per affermare il dominio incontrastato della Serie A sulle altre categorie e per proteggere gli sfollati del lungo regno di Gravina.

Il regista della solita restaurazione camuffata da rinnovamento non poteva che essere il dirigente più scafato e, in questo momento, più influente del calcio italiano: Beppe Marotta, il presidente dell’Inter. Affiancato dall’avvocato Angelo Capellini, Marotta ha creato la base per il consenso. Altro che cinque società che lo hanno avvicinato, come ricostruisce Malagò nelle interviste celebrative.

Il nucleo della candidatura porta i colori nerazzurri dell’Inter e dell’Atalanta di Luca Percassi e poi si è allargato al Bologna di Claudio Fenucci e Luca Bergamini e al Sassuolo di Giovanni Carnevali, appena passato alla Juventus e considerato una sorta di Marotta minore.

Si è unito anche il Napoli di Aurelio De Laurentiis, che vale il suo voto, e non è stato complicato convincere le proprietà straniere. Unica esclusa, come detto, la Lazio di Lotito che paga il suo oltranzismo nella causa Lega-Img, chiusa con una transazione da 300 milioni che saranno versati ai club a fine giugno.