Con la sua solita sincerità e un’ironia molto lucida, Alessandro Gassmann ha raccontato il suo rapporto complicato con la scuola e con i brutti voti. Un racconto che fa sorridere, ma che apre anche una riflessione importante sul modo in cui è cambiato il rapporto tra genitori, figli e insegnanti.
Perché tornare a casa con una pagella negativa, per lui, significava trovarsi davanti non un padre qualunque, ma Vittorio Gassman: “Dovevo tornare a casa con i miei brutti voti e lì trovavo un papà che si chiamava Vittorio Gassman…”
Un padre enorme, non solo per il pubblico, ma anche dentro casa. Alessandro ricorda quei momenti quasi con timore: “Mi convocava nel suo studio, colmo di libri ovviamente da lui tutti letti, per me era quasi uno scenario horror che vivevo con grande terrore.”
Dietro questa immagine c’è tutto il peso di una generazione cresciuta con regole più rigide, con genitori che spesso non cercavano giustificazioni immediate, ma pretendevano responsabilità.
I brutti voti avevano conseguenze: “Niente paghetta oppure restare chiuso in casa per alcuni giorni.”
Poi arriva il confronto con il presente: “Oggi, invece, davanti a un brutto voto a scuola dei figli, il papà e la mamma vanno subito a protestare contro il professore, quando non si presentano addirittura accompagnati da un avvocato…”
Oggi spesso si tende a proteggere i figli da qualsiasi frustrazione, anche quando un brutto voto potrebbe essere semplicemente un’occasione per capire, migliorare, crescere.
Non sempre l’insegnante è il nemico, non sempre una difficoltà va vissuta come un’ingiustizia.
La scuola non dovrebbe essere un campo di battaglia tra famiglie e professori, ma un luogo dove si impara anche a sbagliare. Perché un’insufficienza può far male, certo, ma può anche insegnare disciplina, umiltà e senso di responsabilità.



