Da oltre 500 giorni un medico palestinese è rinchiuso in una prigione israeliana. Senza un’accusa formale e senza alcun processo

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Si chiama Hussam Abu Safiya. Ha 53 anni, è pediatra e neonatologo ed è il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza. Per mesi, l’ultimo ospedale rimasto in piedi in quella parte della Striscia.

È rimasto quando gli hanno ordinato di evacuare.
È rimasto durante l’assedio di Gaza, quando piovevano le bombe.
È rimasto quando, nell’ottobre 2024, un attacco israeliano ha ucciso suo figlio Ibrahim, 20 anni, davanti all’ingresso dell’ospedale.

Ha seppellito suo figlio nel cortile. E il giorno dopo è tornato a curare i figli degli altri.
“Abbiamo mandato un messaggio umanitario e i nostri bambini sono stati uccisi”, disse in un video girato in quei giorni. “Ho sepolto mio figlio nel cortile dell’ospedale”.
Poi, il 27 dicembre 2024, l’esercito israeliano ha preso l’ospedale. E ha preso lui. Portato prima a Sde Teiman, la base militare tristemente nota per le torture sui detenuti palestinesi. Poi da un carcere all’altro.

Da allora è etichettato come “combattente illegale”: una formula che consente di tenere un uomo in cella a tempo indeterminato. E dal 3 giugno è persino in isolamento.

I suoi legali, dopo l’ultima visita, raccontano di un uomo che fatica a restare seduto: ferite recenti alla testa, al collo, agli occhi, segni come di frustate sulle braccia, il respiro corto. Ha detto ai suoi avvocati di temere di essere ucciso lì dentro. Physicians for Human Rights parla di pericolo di vita imminente.

Non è minimamente tollerabile. Si tratta dell’ennesimo abuso inaccettabile da parte del governo Netanyahu e delle autorità israeliane.

Per questo mi unisco all’appello di Amnesty International e chiedo che il dottor Abu Safiya venga subito liberato.

Ma soprattutto, chiedo al governo italia no di rompere il silenzio, di pretendere la liberazione immediata di Hussam Abu Safiya e di muovere ogni canale diplomatico che ha a disposizione, perché in gioco c’è la vita di un uomo che rischia di morire in una cella senza sapere perché. Abbiano un sussulto di dignità, almeno per una volta.

Marco Furfaro