Pluralismo Rai una commedia degli equivoci

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La notizia è che la Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, dopo il ritiro dei commissari dell’opposizione, è di fatto evaporata. La vera notizia, però, è un’altra: ci siamo accorti della differenza? È una domanda perfida, ma inevitabile.

Perché il sospetto è che la Commissione di vigilanza sia diventata da tempo una di quelle istituzioni che continuano a esistere soprattutto per inerzia, come le cabine telefoniche sopravvissute all’era degli smartphone. Le guardi con un certo affetto, ma fatichi a ricordare l’ultima volta che siano servite davvero.

Quando nacque, nel 1975, aveva un senso preciso. Il controllo sulla Rai passava dal governo al Parlamento per garantire il pluralismo. Erano gli anni della lottizzazione dichiarata, discutibile ma almeno comprensibile: una rete alla Dc, una ai socialisti, una ai comunisti. Un sistema imperfetto, persino sgradevole, che però rispondeva a un’idea: nessuno deve prendersi tutto. Poi i partiti sono aumentati, le identità si sono sbiadite, le correnti si sono moltiplicate e il pluralismo è diventato una parola buona per tutte le stagioni, soprattutto per quelle in cui non si pratica. Così la Commissione ha continuato a riunirsi, discutere, protestare, votare. Ma intanto la Rai cambiava pelle seguendo, con ammirevole puntualità, il colore del governo.

L’ultima stagione è soltanto la più esplicita. La destra, dopo decenni trascorsi a denunciare l’egemonia culturale altrui, ha deciso di costruire la propria. È una rivincita politica comprensibile. Meno comprensibile è chiamarla pluralismo, una parola che è ormai solo il pretesto per giustificare la spartizione delle direzioni e delle conduzioni applicando la regola dell’amichettismo. O per confezionare gli inguardabili servizi politici dei telegiornali, dove al cronista di turno tocca l’ingrato compito di incollare uno dopo l’altro senza alcun filo logico gli annunci dei trombettieri di partito, i quali – a seconda della posizione – tessono le lodi del governo o ne elencano gli errori in assoluta libertà, senza mai rispondere a nessuna domanda. È un formato televisivo che probabilmente sopravvive soltanto in Italia. E la Commissione? Avrebbe dovuto vigilare proprio su questo. Invece è diventata la foglia di fico dietro la quale la politica ha nascosto il proprio controllo sul servizio pubblico. Oggi quella foglia è caduta. Il paesaggio, francamente, non è cambiato.

La cura sarebbe persino semplice. Togliere finalmente la Rai dalle mani dei partiti e affidarla a un piccolo gruppo di personalità indiscutibili, indipendenti, autorevoli. Persone che abbiano dimostrato nella loro vita professionale di non dovere il proprio prestigio a una tessera di partito. Un nome per tutti: Paolo Mieli. Non perché sia infallibile, ma perché rappresenta un’idea di autorevolezza costruita sul lavoro e non sull’appartenenza. Il problema è che i partiti conoscono perfettamente la soluzione. Semplicemente non la vogliono.

Rinunciare alla Rai significherebbe rinunciare a uno degli ultimi strumenti con cui misurano il proprio peso ed esercitano il loro dominio. È difficile convincere qualcuno a lasciare il telecomando del potere. Così magari continueremo a discutere della Commissione di vigilanza come se contasse davvero. Mentre il vero spettacolo, quello della politica che occupa il servizio pubblico fingendo di amministrarlo nell’interesse dei cittadini, andrà in onda regolarmente. Senza bisogno di essere vigilato.

Sebastiano Messina