Il teatro di Malagò: il commediante che ci meritiamo

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C’è qualcosa di nuovo, nell’aria. Ma non qui. E nemmeno a Roma Nord. Da martedì 28 luglio, capitale ufficiale del calcio italiano. Col suo bel birignao lessicale che tutto nasconde e tutto spiega: il romanesco pettinato.

Un codice ricco, patrizio, gergale, familio, con le parole tronche che si arrotolano nella bocca di chi le pronuncia finché non spunta la sillaba che in vernacolo non è prevista. Aggiunta all’ultimo, un po’ come Roberto Mancini e Claudio Ranieri sul limitar dell’azzurro. E ce dovete sta’(re).

La conferenza stampa di Giovanni Malagò, ha viaggiato tra Montale e Alberto Sordi. Quello che non siamo, non vogliamo, non ci pare (giustamente) opportuno: un ragazzo immagine di Vladimir Putin alla guida degli azzurri. E quello che pensiamo di volere – il ct dell’Arabia Saudita, un grande vecchio illustrissimo – raccontato tra battute, piccoli avvertimenti, amichevoli depistaggi, secondo la vecchia regola per cui fare la rivoluzione, a queste latitudini, è impossibile: ci conosciamo tutti.

Vecchia guardia contro vecchissima

Il codice Malagò è noto e l’ha portato dov’è: a innovare, lui. A spostare macerie, lui. A smuovere potentati, lui.

A guardare dritto e aperto nel futuro, lui. Così magari, nel futuro, saranno finiti i lavori di Milano-Cortina. Qualcuno gli ha pure creduto. Il ministro Andrea Abodi, ad esempio, ex presidente della Lega Serie B. Cui dobbiamo la definizione «il campionato degli italiani» che sa tanto di credere, obbedire, dribblare.

Abodi e Malagò: due lati dello stesso phon. Oggi, nemici. Fin quando servirà. Domani, attovagliati. In una politica sportiva che somiglia al paese: vecchia guardia contro vecchissima, potentati editoriali che partoriscono nomi per meglio gestire la conservazione (Antonio Conte), predellini per tutti. Chi comanda, chi racconta.

Nel Malagò che si è assunto le sue responsabilità – anche perché, a sorpresa, erano proprio sue – il mezzo è molto più importante del messaggio. L’abbrivio sulle notizie “inutili”, tipo il ripescaggio del Foggia in C, per strappare la risata ai cronisti. La finta indignazione perché gli avevano bruciato i nomi ancor prima che cominciasse a parlare, «ma ho scoperto la talpa». Quel gesto di alzarsi, a Mancini annunciato, «ché tanto non ci sono domande». Il risedersi, studiato.

Ma c’è un’immagine che illumina tutto, che spiega, che racconta. L’addetto stampa cede la parola ai giornalisti, il primo è il telecronista Rai della Nazionale. Che comincia: «Lei…». Malagò, teatrale, sciorina i suoi quarantasei denti e lo rimprovera: «Ma come? Non mi dai del tu?». Gli dice: sei cosa mia. E lo dice anche a tutti gli altri.

Conigli mannari

Però c’è un “ma”. I Malagò – come i Montezemolo, ceppo sabaudo, stessa casata – sono la classe dirigente che ci possiamo permettere. I conigli mannari, come avrebbe scritto Bacchelli prima di diventare una legge, che addirittura rispolverano – per il caso Pirlo – la parola «opportunità». Decadente, come la prima Repubblica. Ipocrita. Proprio per questo, desueta e bellissima.

Luca Bottura