Cina in Angola sfida sui porti gli Usa (e il Piano Mattei)

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Sulla costa atlantica dell’Angola sta prendendo forma uno dei confronti più interessanti tra Cina e Stati uniti per l’influenza economica in Africa.

Ma più che scegliere tra Washington e Pechino, il governo di Luanda sembra intenzionato a sfruttarne la concorrenza, moltiplicando i partner, le infrastrutture e le rotte commerciali a propria disposizione.

Il nuovo tassello è l’accordo da 900 milioni di dollari firmato dalla controllata angolana del gruppo cinese Huatong per la costruzione e la gestione di nuove infrastrutture portuali a Barra do Dande, a nord della capitale. Il progetto comprenderà un terminal portuale, collegamenti stradali ed energetici e strutture destinate a servire la zona franca industriale sviluppata nella stessa area.

La prima fase dovrebbe essere completata in due anni, mentre altre due fasi sono previste entro il 2030. Secondo le stime dei promotori, il porto potrà accogliere navi da 80.000 tonnellate, creare fino a 21.000 posti di lavoro e generare attività economiche per 10 miliardi di dollari l’anno. Si tratta ancora di previsioni, ma la dimensione dell’investimento indica la volontà cinese di consolidare una presenza che in Angola non è più limitata ai prestiti garantiti dal petrolio.

Barra do Dande rappresenta infatti l’evoluzione del modello utilizzato per oltre vent’anni da Pechino nel continente. Nella prima fase della relazione tra Cina e Angola, le banche statali cinesi finanziavano strade, ferrovie, ospedali e abitazioni in cambio di forniture petrolifere.

Oggi, con Luanda impegnata a ridurre la dipendenza dal greggio e Pechino più prudente nella concessione di grandi prestiti sovrani, l’intervento cinese si sposta verso investimenti industriali, concessioni pluridecennali e infrastrutture costruite attorno ad attività produttive.

Huatong ha già avviato nella zona franca un polo per la lavorazione dell’alluminio. Il nuovo porto servirà quindi non soltanto a movimentare merci, ma a integrare produzione, energia, logistica ed esportazioni.

È proprio questa capacità di costruire un intero ecosistema industriale a continuare a distinguere l’offerta cinese da quella occidentale.