È stato per quattro anni la spina nel fianco del governo, al punto che molti tifarono in segreto per la condanna nel processo Open Arms che avrebbe reso definitiva la sua parabola discendente
È diventato il leader da trattare con i guanti, l’alleato a cui lasciare spazio nella contesa su Mps e persino quando favoleggia di una supertassa del 5 per cento sui profitti derivanti dagli utili delle banche. Matteo Salvini, ex duellante, ex concorrente detestato, ex parente serpente della destra di Fratelli d’Italia, ha rappresentato a lungo per Giorgia Meloni il problema interno numero uno.
Oggi conserva quel ruolo, ma per motivi di segno opposto: l’urgenza non è tenerlo a bada ma rianimarlo, aiutarlo a restare in sella, prima che la Lega si avviti in una crisi definitiva.
Lo striscione comparso nella notte a ridosso del pratone di Pontida – “Una Lega rinnovata o una Pontida di rivolta” – è un avvertimento per l’ex Capitano e al tempo stesso una minaccia per la maggioranza, consapevole del fatto che un ulteriore depotenziamento di Salvini, o addirittura un’altra “notte delle scope”, renderebbero un inferno l’ultimo tratto di legislatura. Giorgia Meloni dovrebbe conoscere il copione.
Il centrodestra lo ha già visto agire ai tempi di Silvio Berlusconi, che con analogo impegno lavorò per minimizzare i suoi vecchi alleati, Umberto Bossi, Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini, salvo scoprire di aver segato i rami che sostenevano la sua vigna.
In più, oggi, c’è il problema della concorrenza esterna di Roberto Vannacci: i suoi luogotenenti già scommettono in pubblico su una crisi irreversibile che stroncherà la Lega, gli impedirà di insistere sul veto contro Futuro Nazionale e aprirà al Generale le porte dell’alleanza. Un incubo.
Il paradosso è che questo tipo di scenario, per quasi tutta la legislatura, è stato nei desideri della maggioranza. Salvini era il grande disturbatore delle relazioni europee di Giorgia Meloni, il sabotatore del sostegno all’Ucraina, lo scocciatore degli extra-profitti, del Mes, dei nuovi accordi in sede Nato, il babau da tenere fuori dal Viminale a tutti i costi per evitare che ne facesse il suo pulpito social, l’ammiratore di Putin che generava sospetti continui sulla lealtà europeista del centrodestra, la bestia nera della destra al Nord che da un pezzo doppiava i voti della Lega ma doveva continuare a concedergli ruoli e candidature di territorio oltre ogni logica matematica.
Quante volte Meloni ha dovuto ripetere la minaccia del voto anticipato per zittire il controcanto leghista? E quante volte i suoi si sono augurati che Salvini facesse un definitivo, fatale passo falso?
Ecco, ora di quella spina nel fianco all’8 per cento, padrona esclusiva del campo sovranista, si ha nostalgia. Il vecchio Salvini, guida dell’ultimo partito leninista d’Italia, non avrebbe avuto problemi a imporre ai suoi il Sì alla nuova legge elettorale. L’antico Capitano avrebbe distrutto con un paio di felpe ad hoc le ambizioni vannacciane. Il Matteo di una volta poteva zittire in un amen persino uno come Luca Zaia, e buonanotte ai contestatori, che da Paolo Grimoldi a Roberto Castelli preferirono andarsene. Bei tempi andati, non torneranno.
E dunque l’autunno prepara un cambio di copione. Se la leadership leghista riuscirà a superare lo scoglio di Pontida, la nuova parola d’ordine sarà: salvare il soldato Salvini.
Il suo status di Capitano assoluto non può essere recuperato, ma mettere in sicurezza il capo della Lega non è più solo un problema dei suoi fedelissimi, dei suoi amici, del suo cerchio magico: è una necessità anche per chi, solo un anno fa, lo avrebbe visto volentieri cadere dal trono.
Flavia Perina



