Gli stipendi perdono potere d’acquisto, il lavoro resta precario e l’energia continua a pesare sui bilanci di famiglie e imprese. I conflitti internazionali, nel frattempo, hanno reso tutto ancora più instabile e costoso.
Una cosa però funziona benissimo. L’economia che gira intorno alle guerre.
Guadagnano i produttori di armi. Guadagnano i grandi gruppi dell’energia. La finanza trova occasioni nei debiti, nei tassi e nella volatilità. L’industria farmaceutica e sanitaria lavora sulle conseguenze umane dei conflitti. Poi arriva la ricostruzione, con appalti miliardari e grandi società pronte a spartirsi il mercato lasciato dalle macerie.
Distruzione prima, business durante, ricostruzione dopo. Una filiera completa. E il conto, come spesso accade, finisce molto più in basso.
Lo pagano i morti, chi perde una casa, chi scappa, chi vede peggiorare le proprie condizioni di vita. E lo pagano anche cittadini lontani dai fronti, attraverso prezzi più alti, bollette, tasse e minore potere d’acquisto.
Non serve farne una questione di destra o di sinistra. Basta guardare chi sostiene i costi e chi, invece, aumenta fatturati e profitti.
Poi possiamo anche chiamarla “nuova economia”. Il nome, in fondo, è la parte meno costosa.



