Tutto si può dire, tranne che non li abbiamo visti arrivare. Eppure stasera, ascoltando i primi strilloni della tv generalista e scorrendo i titoli online, colpisce la postura stupefatta di chi finge di scoprire l’acqua calda: il trionfo di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt raccontato come un fulmine a ciel sereno, come se la realtà li avesse svegliati di colpo dall’innocenza degli angeli.
Cadono dalle nuvole, parlano di “shock”, di “buco nero”, quando l’unica cosa davvero sorprendente è la loro sorpresa.
Quarantaquattro virgola quattro per cento. Un exploit pazzesco per il giovane partito neo-nazista, nato nel 2014, ma tutt’altro che inatteso: già nel 2021 l’AfD sfiorava il 20,8%, e nel 2024, in Turingia, aveva raccolto il 32,8%, un terzo dei votanti.
Bastava incrociare qualche dato degli ultimi mesi per capire che il rullo compressore dell’estrema destra – sospinto dai venti sovranisti che spirano ovunque – stava per sfondare ancora una volta. Bastava percepire l’aria di impopolarità che sferza il governo Merz – che difatti si è tenuto ben lontano dalla campagna elettorale – e la disunione cronica della sinistra tedesca, frantumata fra Linke, SPD e l’ultimo “mostro” nato dalla costola rosso-bruna della Linke, il BSW.
A questo si aggiunge una situazione economica pesante, documentata da tempo, che fa della Germania il grande malato d’Europa. E la frittata è fatta. La Germania, insomma, si conferma il laboratorio più pericoloso della condizione politico‑sociale europea in questo sciagurato scorcio di secolo. E questo non è per niente una buona notizia.
Ma nulla che non avessimo intuito da qualche anno a questa parte. Cosa volete che abbia avuto in mente la gente, prima di recarsi al seggio elettorale, quella che vive nel Land più povero e più dimenticato, in una delle zone più depresse dell’Europa centrale, in crisi economica, sociale e strutturale? Solo gli sprovveduti, abituati a pascolare le proprie pecorelle nel buio o – peggio – nel tepore dell’indifferenza, potevano stupirsi di questo risultato.
Il vero vincitore è un tipo che – a primo sguardo – non sembra che abbia nulla a che spartire con il vecchio stereotipo del Nazi, Ulrich Siegmund: bizzarro, casual, un “profumiere” che arriva ai comizi in motorino, trentacinque anni, vive sui social, sfoggia uno stile rassicurante, sorridente, da bravo ragazzo, mentre spara a raffica i mantra dell’ultradestra. Remigrazione di chi non è integrabile, identità “sana” dei popoli tedeschi, sicurezza nazionale da ricostruire. Fa leva sulle paure del presente: disoccupazione, costo della vita insostenibile, assistenza per gli immigrati percepita come ingiusta, perdita di centralità e identità culturale dei tedeschi “bianchi”. In breve: parla alle vittime della crisi, ai nuovi paria, ai diseredati rimasti indietro, vantando un pedigree di “germanismo” immacolato.
Der Spiegel – non più tardi di due settimane fa – lo ha messo in copertina come “l’uomo più pericoloso della Germania”, e lui, invece di offendersi, che fa? Fa autografi sulle copie ridendo, quasi lusingato. Non è così che si normalizza ciò che normale non è? Del resto – come ha mostrato Hannah Arendt nel secondo dopoguerra – l’orrore attecchisce proprio quando viene reso ordinario, quando il male si banalizza e diventa parte di quel paesaggio.
Eppure, non c’è nessun mistero da sciogliere: chi oggi si arrovella nei salotti intellettuali per capire “perché sta succedendo tutto questo” ha semplicemente ignorato gli indicatori sociali che da anni ormai raccontano la deriva sociale e culturale del Vecchio Continente. Indicatori che, solo per citare un esempio nostrano, Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino per la Repubblica, documenta da anni nei suoi reportage, oltre che in un bel libro edito da Feltrinelli, La Peste, del 2025. Rigurgiti neonazisti non solo nell’Est, ma anche nel Nord del paese, non lontano da Amburgo e Hannover, dove sono nati villaggi völkisch che bypassano la storia del nazismo con disarmante disinvoltura.
E allora perché stupirsi ancora? Che altro deve accadere perché – ad ogni livello- chi ha davvero a cuore la democrazia e la difesa dei diritti umani capisca che il tempo dell’attesa è finito? A Magdeburgo si è consumato dopotutto solo l’ultimo fotogramma di un film che gira da Washington a Roma passando per Mar-a-Lago: l’“Internazionale sovranista”, con Trump regista involontario di un’onda che ormai è diventata Tszunami. Dietro la cinepresa, una galleria di personaggi potenti ed oscuri: Elon Musk, che nel 2025 ha aperto X ad Alice Weidel, leader nazionale di AfD, invitando esplicitamente i tedeschi a votarla; l’avventureiro politico Steve Bannon, che da anni gira l’Europa per unire gli estremisti; il filosofo di corte, Curtis Yarvin, alias Mencius Moldbug, che ha fornito alla destra reazionaria il Dark Enlightenment: la democrazia come errore storico, il monarca-CEO come soluzione, il popolo come rumore di fondo da silenziare.
Gianvito Pipitone



