IL CONTO DEI SIGNORI DELLA GUERRA

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C’è una forma di perfezione quasi poetica nella burocrazia di centro: la capacità di guardare l’apocalisse e lamentarsi unicamente dell’acustica nella stanza. In Sassonia hanno stravinto quelli con le nostalgie in camicia bruna, quelli che la democrazia la usano giusto come apriscatole.  in mezzo alle rovine arriva il Cancelliere Merz. Si siede, si aggiusta la cravatta da manager e sospira:

È un disastro storico. Ma non cambieremo una sola riga del nostro programma”.
Che meraviglia. Di fronte a una deriva così nera che avanza in modo inarrestabile, minacciando la tenuta della Germania e dell’intera Europa, il grande statista non prende in considerazione di spostare nemmeno una virgola.

Perché mai andare incontro a quei cittadini massacrati nei loro bisogni primari e nel proprio benessere, arrivati a votare un partito in palese odore di nazismo pur di lanciare un grido di disperazione? No, Merz non si scompone, analizza la rovina con la freddezza di un perito e diagnostica il problema: abbiamo difettato in empatia. Non abbiamo spiegato bene agli elettori quanto sia poetico impoverirsi.

Qualcuno rincorreva l’estrema destra perché per anni gli hanno raccontato che la colpa della miseria era dell’immigrato, e mai della finanza speculativa dei cda da cui Merz proviene.

Ma a questo punto la domanda si fa feroce: quando basta? Fino a che punto si possono fare gli interessi esclusivi dei mercati e dei signori della guerra, calpestando la carne viva della gente? Cosa c’è davvero sotto? È lecito, lecitissimo chiederselo: perché se di fronte alla peste nera che riaffiora un leader rifiuta categoricamente di toccare i tagli sociali, il rigore e le spese militari, significa che la priorità non è mai stata fermare il fascismo, ma tutelare chi guadagna dal disastro.

Mentre gli spettri del passato scavalcano il muro di cinta, il potere continua a ripetere che la rotta è impeccabile e che serviva soltanto un tono di voce più caldo. È la grande illusione del moderato contemporaneo: preferire la catastrofe democratica piuttosto che scontentare i padroni del vapore.

Mauro David