Spingeva un carrello tra le corsie del supermercato, ma la sua vera vocazione era ascoltare il battito del cuore delle persone

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Vincenzo Jannacci, per tutti Enzo, è stato un gigante della canzone d’autore italiana, capace di scalare le classifiche con l’ironia travolgente di “Vengo anch’io. No, tu no” e di firmare capolavori come “El portava i scarp del tennis” o “Ho visto un re”.

Eppure, dietro i palcoscenici e i successi televisivi, si nascondeva una straordinaria vita parallela.

Laureato in medicina all’Università di Milano nel 1969, Jannacci scelse questa strada spinto dal padre, che desiderava che il figlio imparasse da vicino cosa significasse la sofferenza e la vicinanza alla gente.

Per ottenere la specializzazione in chirurgia generale, il musicista non esitò a trasferirsi in Sudafrica, dove entrò a far parte della squadra del celebre cardiochirurgo Christiaan Barnard, il primo a realizzare un trapianto di cuore.

La sua formazione medica lo portò anche negli Stati Uniti, dove studiò terapia intensiva e chirurgia toracica alla Columbia University di New York e al Queens College.
Nonostante la popolarità e le collaborazioni storiche, da quella giovanile con l’amico Giorgio Gaber nel duo I Due Corsari a quelle degli anni Settanta con Cochi e Renato, Jannacci non abbandonò mai la sua professione.

Sosteneva con forza la sanità pubblica ed esercitò sempre come cardiologo e medico di famiglia fino alla pensione. Tra i suoi primi pazienti ci furono persino i colleghi dello spettacolo Teo Teocoli, Massimo Boldi e Renato Pozzetto.

Si spegneva a Milano il 29 marzo 2013, lasciandoci il ricordo di un artista unico che si è sempre sentito un medico prima ancora che un uomo di spettacolo. Un uomo straordinario che ha saputo curare la gente sia con la scienza che con la poesia della sua musica.
Pochi artisti hanno saputo tenere insieme il bisturi e la poesia come Jannacci: la sua grandezza sta proprio nell’aver scelto di non scegliere.

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