Per sette anni Michael J. Fox recitò anche fuori dal set

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Sorrideva davanti alle telecamere, mentre nascondeva una diagnosi ricevuta a soli 29 anni: il Parkinson.

Aveva paura che Hollywood smettesse di considerarlo un attore e cominciasse a vedere in lui soltanto la malattia.

Nel 1998 decise di rendere pubblica la sua condizione. E quella che avrebbe potuto rappresentare la fine della sua carriera divenne l’inizio di una missione.

Sul palco degli Emmy 2026, ricevendo il Bob Hope Humanitarian Award, ha riassunto quel lungo percorso con parole semplici e potentissime:

«Ho capito che accettare il Parkinson non significava arrendermi. Significava fare tutto ciò che potevo per chiunque convivesse con questa malattia.»

Nel 2000 ha fondato la Michael J. Fox Foundation for Parkinson’s Research, diventata il più grande finanziatore non profit al mondo della ricerca sul Parkinson e capace di destinare oltre 3 miliardi di dollari alla scienza.

Il pubblico si è alzato in piedi.

Circa trentacinque anni dopo quella diagnosi tenuta a lungo nascosta, Michael J. Fox non era più soltanto Marty McFly, l’indimenticabile ragazzo che viaggiava nel tempo.

Era un uomo che aveva trasformato la propria paura in speranza per milioni di persone.

Perché accettare una malattia significa riconoscerne la presenza.
Arrendersi significa permetterle di decidere chi siamo.

Frenkie Woody