Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione ha detto che le minacce russe «sono sempre meno ibride e sempre meno solo minacce».
Eppure sugli episodi recenti avvenuti in Danimarca, Lituania, Polonia, Germania e Romania le responsabilità sono state oggetto di accuse, indagini e versioni contrapposte. Attribuire automaticamente ogni episodio alla Russia, prima che siano definitivamente accertati fatti e responsabilità, rischia di alimentare un clima sempre più pericoloso.
Von der Leyen ha poi rivendicato la reazione europea alla crisi delle forniture energetiche russe. Ma anche qui manca un pezzo enorme della storia: il Nord Stream è stato sabotato e, ancora oggi, attorno a quell’attentato esistono indagini e ricostruzioni che non consentono di liquidare la vicenda con una semplice narrazione politica.
Nel frattempo l’Europa ha sostituito una parte consistente dell’energia russa con nuove importazioni, compreso il GNL dagli Stati Uniti, esponendosi a costi e dipendenze differenti.
La stessa von der Leyen ha inoltre ammesso che la crisi dello Stretto di Hormuz ha fatto lievitare enormemente la bolletta energetica europea.
Con la Russia si alzano continuamente i toni, si parla di minacce, armi e riarmo. Quando invece entrano in gioco gli interessi e le azioni degli Stati Uniti o di Israele, la fermezza europea sembra assumere tutt’altra forma.
Continuiamo a spendere miliardi, ad armarci e ad avvicinarci pericolosamente a un confronto sempre più diretto. L’Europa nacque con una promessa gigantesca: impedire che questo continente tornasse a vivere nella paura della guerra.
Ma qualcuno, a Bruxelles, sta ancora lavorando seriamente per evitare una guerra totale?



