«James è la mia vita, il mio orgoglio più grande. Non c’è giorno in cui non lo guardi pensando a quanto sia speciale.
Quando è nato non sapevamo che cosa stesse affrontando. Inizialmente ci dissero che si trattava di paralisi cerebrale, poi arrivò la diagnosi di sindrome di Angelman.
Ricordo quel momento come uno spartiacque. C’erano la paura e il dolore, ma anche la certezza che avrei dovuto essere forte per lui.
È stato James a darmi la forza di diventare sobrio e a rimettere ordine nella mia vita. Lui ride, si muove in un modo tutto suo e possiede un’energia capace di cambiarti dentro. Ho dovuto affrontare anche una delle decisioni più dolorose della mia vita: trasferirlo in una struttura di cura a lungo termine.
Non perché voglia abbandonarlo. Non lo farei neanche in un milione di vite.
Ma devo pensare al suo futuro. Devo chiedermi che cosa accadrà quando io e Kim non ci saremo più. Dove andrà James? Chi si prenderà cura di lui?
Preferisco accompagnarlo in questo passaggio mentre possiamo essergli accanto e aiutarlo a trovare un posto che gli piaccia, dove possa sentirsi accolto e amato, avere una vita piena e costruire legami con altre persone. Voglio che James sappia che continueremo a esserci. Andremo a trovarlo, lo porteremo con noi e continueremo a camminare al suo fianco. Per me questa scelta non significa lasciarlo andare.
Non è una resa. È un atto d’amore.»



