Il problema è che nessuno ha mai stabilito quale dovrebbe essere davvero questo posto. E allora ognuna di noi deve cercarselo da sola. Quando una donna alza la testa, però, sembra esserci sempre qualcuno pronto a provare a riportarla giù attraverso un insulto.
E le parole utilizzate contro le donne finiscono quasi sempre negli stessi territori: il sesso, il corpo e l’aspetto fisico.
Nel mio caso si aggiunge anche la provenienza regionale. Spesso mi chiamano “pastora”, pensando probabilmente di offendermi. Io, invece, continuo a chiedermi dove dovrebbe essere l’offesa. La pastorizia è un mestiere nobile e faticoso, fatto di lavoro, dignità e radici. Essere chiamata pastora dovrebbe essere un complimento, non qualcosa di cui vergognarsi.
Poi naturalmente c’è il mio corpo, sul quale sembra esserci sempre qualcosa da dire. Prima ero troppo grassa, poi sono diventata troppo magra e adesso sarei troppo media. Evidentemente non esiste mai una misura capace di andare bene a tutti.
E quando una donna semplicemente non piace, spesso si finisce per utilizzare contro di lei sempre lo stesso tipo di insulto. Una parola declinata soltanto al femminile, perché un vero equivalente maschile nemmeno esiste.
È proprio questo che trovo significativo. Nell’arte dell’insulto rivolto alle donne si nasconde ancora moltissimo sessismo. Invece di discutere ciò che una donna pensa, dice o fa, si cerca troppo spesso di colpirla attraverso il suo corpo, la sua sessualità o il suo aspetto.
Io preferisco ribaltare quelle parole. Se qualcuno pensa di offendermi chiamandomi pastora, posso ricordargli quanto sia dignitoso quel mestiere. Se qualcuno vuole giudicare il mio corpo, posso ricordarmi che sono stata considerata troppo grassa, troppo magra e perfino troppo media.
Forse il problema, allora, non è mai stato trovare la misura giusta. È pretendere che siano gli altri a decidere quale debba essere il posto giusto per una donna.»
Geppi Cucciari



