A Francoforte è morto un residente del quartiere di Schwanheim, portando a tre le vittime del focolaio di malaria comparso in Germania questa estate.
I primi sei casi riguardavano lavoratori dell’aeroporto, nessuno dei quali aveva viaggiato recentemente in zone endemiche.
L’ipotesi iniziale è quella della cosiddetta “airport malaria”: una zanzara Anopheles infetta potrebbe essere arrivata dall’estero a bordo di un aereo proveniente da una zona a rischio e aver trasmesso il parassita ai lavoratori dello scalo.
Ora però sono stati registrati due casi tra residenti di Schwanheim, vicino all’aeroporto, che non lavoravano allo scalo e non avevano viaggiato in aree malariche. Uno dei due è deceduto. Le autorità stanno ancora cercando di capire se questi casi siano collegati al focolaio aeroportuale.
Sono state installate trappole per le zanzare e il monitoraggio è stato esteso anche alla zona residenziale. Al momento, secondo il Gesundheitsamt di Francoforte, non sono state individuate zanzare Anopheles.
Il Ministero della Salute italiano è stato informato attraverso il sistema europeo di allerta e, allo stato attuale, valuta basso il rischio per la popolazione italiana.
Il mio auspicio è che si tratti ancora di casi di “airport malaria” — magari legati a zanzare trasportate con aerei, bagagli o merci — e non dell’inizio di una trasmissione locale sostenuta da zanzare Anopheles presenti sul territorio.
Il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature possono infatti favorire la sopravvivenza più a lungo di zanzare importate e, nel tempo, modificare le condizioni favorevoli alla trasmissione.
Ma non è corretto concludere da questi casi che a Francoforte sia già iniziata una diffusione autoctona legata al clima: le indagini sono ancora in corso e le autorità tedesche considerano tuttora le condizioni climatiche locali sfavorevoli al ciclo completo della malaria.
La situazione merita quindi attenzione, monitoraggio e diagnosi tempestive, senza creare allarmismi.



