Le mani americane su L’Avana

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Le riunioni avvengono in genere a bordo di lussuose piscine nei quartieri più esclusivi di Miami, dove mentre i cubani di L’Avana rovistano tra i sacchi dell’immondizia per trovare qualcosa da mangiare, i loro parenti, amici o rivali che hanno fatto fortuna negli Stati Uniti preparano i piani per prendere il controllo dell’isola.

È il crepuscolo della rivoluzione castrista visto dall’altra parte del Mar dei Caraibi, come lo ha rivelato il Wall Street Journal. Personaggi tipo l’ottantaduenne Juan Omar Sixto, ex coltivatore di tabacco e capo della neonata Cuban American National Chamber of Commerce, o Jorge Mas, figlio dello storico fondatore della Cuban National American Foundation, che si preparano a cogliere una rivincita cullata per oltre sessant’anni e tramandata di generazione in generazione.

Il punto di partenza è la promessa fatta da Donald Trump, secondo cui dopo il Venezuela, «Cuba è il prossimo». Adesso il presidente è distratto dall’Iran, e suo malgrado dall’Ucraina, ma nel frattempo ha messo in moto la macchina per far cadere il regime castrista, possibilmente evitando l’intervento militare ma puntando sul soffocamento economico.

Gli effetti li ha descritti nei dettagli Joy Gordon, professoressa di Social Ethics alla Loyola University di Chicago. L’embargo esiste dai tempi di Kennedy e del fallimentare sbarco alla Baia dei Porci, ma Trump e il segretario di Stato di origini cubane Marco Rubio lo hanno spinto oltre i limiti della sopravvivenza.

In particolare attraverso gli Executive Order 14380 e 14404, oltre alle liste nere degli Specially Designated Nationals.

In questa maniera non solo hanno bloccato tutte le forniture di petrolio, ma hanno chiuso anche i canali per condurre qualsiasi altra transazione. Per fare un esempio, Bnp Paribas ha beccato una multa da circa 9 miliardi di dollari per le operazioni con L’Avana, oltre alla parziale esclusione dal sistema della Federal Reserve.

Cuba senza carburante

Prima del nuovo blocco, Cuba consumava 100.000 barili di petrolio al giorno, che coprivano solo il 65% dei suoi bisogni basilari. Il 40% era prodotto sull’isola, il 30% importato dal Venezuela e il 20% dal Messico.

Ora è rimasta senza carburante per le centrali elettriche, che non significa solo i blackout continui, ma ospedali paralizzati, frigoriferi spenti, mancanza di cibo e medicine.

Gli aratri trainati dai buoi sono tornati a lavorare i campi, mentre la Cina ha aiutato la costruzione di 49 strutture per generare energia solare, che forniscono oltre 1.000 megawatt alla griglia nazionale. La benzina è arrivata a 40 dollari il gallone, l’olio per cucinare è diventato un lusso, la produzione di beni alimentari è crollata del 60% e 3 milioni di abitanti su 9 non hanno più l’acqua corrente nelle case.

Il settore minerario è stato strangolato, calando dai 790 milioni di esportazioni di nichelio nel 2021 agli 89 milioni del 2024. Le compagnie marittime straniere Cma Cgm e Hapg Lloyd sono state costrette a smettere le consegne sull’isola, per evitare le sanzioni americane, mentre chiunque attracchi nel porto di Mariel rischia poi di essere perseguito dagli Usa.

Le famiglie spendono tra il 60 e l’80% del loro magro reddito in cibo, considerata la soglia dell’insicurezza alimentare cronica, peggiorata dal fatto che l’80% dei generi deve essere importato.

La compagnia Gaesa guidata dai militari che gestiva il turismo e altri settori strategici è stata sanzionata, e ogni volta che L’Avana si inventa qualcosa per aggirare le sanzioni e continuare gli scambi internazionali, le nuove entità vengono bloccate attraverso le liste nere SDN, come è successo con Enetec, Gemar, Gecomex, Alimport, Orbit, che processa le preziose rimesse dei parenti dall’estero grazie a cui sopravvivono molte famiglie. Il dipartimento di Stato si vanta dell’impegno a consegnare aiuti per 100 milioni di dollari attraverso la Chiesa cattolica, ma sono decisamente lontani dal coprire tutte le necessità.

Paolo Mastrolilli