Tetto agli studenti stranieri e divieto di burqa: la sinistra ha dimenticato quando li proponeva

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Il Governo Prodi che annunciava una legge “ad hoc” contro il burqa. Elogi dai Paesi arabi per il divieto annunciato dalla Meloni nelle aule scolastiche italiane

Circolari di Mattarella contro la concentrazione di studenti stranieri in singole classi. Il tempo – è risaputo – sa essere galantuomo. E spulciando a ritroso, si scopre che la posizione di Meloni annunciata sul palco di Fenix e fortemente osteggiata dalla sinistra, è in realtà la stessa che proprio la sinistra sosteneva fino a qualche anno fa.

Si legge chiaramente, ad esempio, nelle dichiarazioni di Francesco Rutelli, riportate in un articolo de La Stampa risalente al novembre 2006: “Il velo va bene, il burqa no, la posizione del governo l’ha fissata Romano Prodi. Se sarà necessario, si provvederà anche con una legge “ad hoc”. Noi non consideriamo si debba dare al burqa il riconoscimento del diritto di espressione”. E ancora, come detto, le circolari dell’allora ministro Sergio Mattarella, che imponevano criteri per favorire l’integrazione degli studenti stranieri nelle classi.

Parliamo degli anni ’89 e ’90 del secolo scorso e al governo c’era Giulio Andreotti, per la sua sesta e penultima volta.

Ecco, allora, che le critiche della sinistra cadono. Coperte da quel solito velo di ipocrisia. Con la solita mancanza di onestà intellettuale che – ad avercene – farebbe ammettere che la misura annunciata dalla premier – divieto di burqa e tetto massimo di studenti per classe – sarebbe una norma di buon senso.

“Sono norme – ha spiegato la premier a Porta a Porta – che chiaramente servono anche per una questione di sicurezza. Devo segnalare che oggi ci si sta stracciando le vesti contro questa norma, mentre provvedimenti simili, che vietano di presentarsi a scuola o all’università, e in molti casi anche negli uffici pubblici, con il volto coperto, esistono in mezza Europa. Esistono addirittura in una serie di Paesi a maggioranza islamica, proprio per una questione di sicurezza”.

Vero: la Francia vieta di indossare abiti che coprono il volto fin dal 2010. Così come accade anche in Austria, Danimarca, Paesi Bassi. E norme analoghe sono state introdotte anche in Paesi a maggioranza islamica, come in Kazakistan.

“Sono rimasta positivamente colpita — ma forse neanche colpita — dal fatto che leggo molti opinionisti del mondo arabo che difendono queste misure del governo. Evidentemente, in alcuni casi, si riesce a guardare più in profondità rispetto a quanto non sappia fare il dibattito politico italiano”. Ma non è soltanto una questione di sicurezza, ma anche di diritti delle donne: “È una battaglia che rivendico di difendere. E mi fa un po’ specie che spesso gli stessi che ci dicono che non difendiamo abbastanza i diritti delle donne, magari perché io non mi faccio chiamare “la presidenta”, poi, di fronte a una misura del genere, non ritengano che il tema dei diritti delle donne vada affrontato”.

Quindi, tante buone motivazioni per andare al di là della mera accusa di discriminazione: “In ogni caso, mi pare una misura di assoluto buon senso, che nulla ha a che fare con il tema della discriminazione, ma ha molto a che fare con la possibilità di mettere a terra norme sacrosante anche per ragioni di sicurezza. E anche dire, come abbiamo detto e ribadiamo, che nella scuola italiana nessuno può costringere una giovane donna a entrare con il volto coperto”.

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