Leone XIV inizia la sua seconda giornata di viaggio in Francia visitando la Maison Bakhita di Parigi, polo di accoglienza, formazione e carità per migranti, ammalati, gente finita per strada: “Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare; nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere”. Il Pontefice loda il ruolo delle donne quali “costruttrici alla civiltà dell’amore”, alternativa alla “cultura che disgrega le comunità” e “rende malate di solitudine le città”
Salvatore Cernuzio – Inviato a Parigi
La storia non è scritta da chi vince ma da chi “avvia processi di pace”, non da chi si impone ma da chi “fa spazio”.
E di spazio, inteso come vicinanza, accoglienza, amicizia e tempo dedicato alla cura di quanti altrimenti starebbero ai margini del perimetro sociale, a Maison Bakhita ce n’è tantissimo.
Anche spazio fisico con i 1.400 metri quadrati sui quali si estende in lungo e in largo questa struttura di mattoni coi muri bianchi e i lavoretti di cartapesta che sorge nel XVIII arrondissement di Parigi. Qui Leone XIV decide di aprire questa mattina, 26 settembre, il programma della seconda giornata di viaggio in Francia che lo vedrà infine pellegrino a Lourdes.
Vivere insieme nella dignità e della pace
Una scelta mirata da parte del Papa quella di visitare questo polo di accoglienza, formazione e carità, così da dare un abbraccio ai migranti di Parigi. Non tutti, naturalmente, visto che a Parigi se ne contano circa 400-500 mila (il 20% della popolazione totale), bensì il piccolo gruppo assistito da suore scalabriniane, operatori, volontari, parrocchie, attraverso questo progetto, nato nel 2018 su idea della Conferenza Episcopale e ufficialmente inaugurato nel 2021, ispirato all’appello di Papa Francesco ad “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” ogni persona fuggita dalla propria terra e dai propri affetti, quale “dovere di giustizia, civiltà e solidarietà”.
Sono contento di iniziare con voi questa seconda giornata a Parigi, in una casa che testimonia a tutta la città che è possibile incontrarsi e vivere insieme nella dignità e nella pace
Il contributo delle donne ad una “civiltà dell’amore”
“Maison Bakhita”. Maison, casa, perché in fondo di questo si tratta: una abitazione per quanti rischiavano di essere destinati alla strada con le foto ricordo o quelle delle attività quotidiane, i panni stesi, l’odore di qualcosa messo a bollire. Bakhita, in onore alla santa religiosa sudanese simbolo universale della lotta contro la schiavitù e la tratta umana. La sua immagine è riprodotta in quadri, foto, disegni, bambole di pezza, sparso in tutta la casa. Proprio alla Santa fa riferimento il Papa nel suo discorso: Giuseppina Bakhita “ci stimola a riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella costruzione di una civiltà dell’amore, alternativa alla cultura che disgrega le comunità e rende malate di solitudine le città”, dice Leone XIV. Viene accolto nel salone, adiacente alla cucina, da applausi e dal canto Que ma bouche chante ta louange. All’esterno, gente alle finestre o dietro alle transenne che sventol bandiere e sventola cartelloni.
Non occupare spazio, ma fare spazio
Prende parola, il Papa – recatosi poco prima a pregare da solo in cappella – dopo aver ascoltato l’introduzione della presidente dell’associazione Maison Bakhita, Valérie Moniod, e tre testimonianze, pronunciate con emozione e incertezza. Storie di vita, aneddoti su abitudini quotidiane, vicende di sofferenza profonda. Le applaudono e le ascoltano persone provenienti da India, Mozambico, Perù, Iraq, Costa d’Avorio, Bielorussia, Algeria. Il Papa, in base a quanto viene raccontato, sorride o aggrotta la fronte. Poi dice:
La storia della Chiesa e dell’umanità, a ben vedere, non è scritta da chi sembra vincere, imponendosi e occupando lo spazio, ma da chi “fa spazio”, avvia processi di pace, genera fiducia e incoraggia alla vita
“Non si tratta di semplici sentimenti, ma di decisioni e investimenti controcorrente, di cui comprendiamo sempre meglio rilievo pubblico e la promessa di futuro”, afferma il Papa. Richiama ancora l’esempio di Giuseppina Bakhita, che “ci impegna a vedere chi non è visto, a riscattare chi oggi l’economia e la cultura rendono schiavo, a onorare la dignità infinita di ogni fratello e sorella, nei quali Gesù stesso bussa alla nostra porta”.
I poveri, carne di Cristo
Su questa scia, Leone XIV cita uno dei passaggi fondamentali della sua esortazione apostolica Dilexi te: “I poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo”. “Il Signore – insiste – si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerati”.
Il Cristo povero e crocifisso si lascia incontrare e amare in uomini e donne che ci chiamano a uscire da noi stessi e a osare la carità
Come membra dello stesso corpo
“Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare; nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere”, afferma ancora Papa Leone. “C’è vita in abbondanza dove il limite di ciascuno si apre alla misteriosa presenza degli altri, nei quali è l’Altro per eccellenza, il Dio della vita, a farsi vicino”.
Tutto è connesso, collegato, assemblato, come le membra di uno stesso corpo: “Non può l’occhio dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’; oppure la testa ai piedi: ‘Non ho bisogno di voi’. Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie”. Sono le parole di San Paolo ai cristiani di Corinto e il Papa le richiama per ricordare al popolo della Maison che, da secoli, il Vangelo viene accolto “da persone di diversa provenienza ed estrazione sociale, fra cui molti poveri e schiavi, come alcuni di voi oggi”.
Umanizzare il mondo
L’ultima parola, da parte del Papa, è un “grazie”. Grazie per il lavoro svolto qui quotidianamente “insieme a tutte le persone che, nella Francia intera, svolgono questo servizio in istituzioni simili”.
Continuate a testimoniare quella cura gli uni degli altri che, attraverso l’accoglienza fraterna, i percorsi formativi, il dialogo con la città, eleva lo spirito e umanizza il mondo.



