«Il calcio italiano non emoziona più. Non fa battere il cuore. È diventato piatto.

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Un tempo la Serie A era il centro del mondo. I fuoriclasse venivano qui per misurarsi con i migliori, perché giocare in Italia significava essere arrivati al livello più alto.

Oggi siamo diventati quasi una seconda scelta. I grandi talenti guardano all’Inghilterra, alla Spagna e agli altri grandi campionati europei. Non siamo più il punto d’arrivo: troppo spesso siamo il compromesso.

Ma il problema va oltre il calcio.

Viviamo nell’epoca del “tutto e subito”. Un telefono, una console, un gioco virtuale regalano stimoli continui, immediati. Non sappiamo più aspettare.

Da bambino la domenica era un rito: la messa, poi la corsa al bar per giocare a flipper o a biliardino. Bastava pochissimo per essere felici. Proprio perché quel poco lo aspettavi, lo desideravi.

Oggi pretendiamo il raccolto senza aver seminato. Il risultato senza il percorso. Il successo senza la fatica. Ma la vita non funziona così. E nemmeno lo sport.

L’uva non nasce tutti i giorni. Servono tempo, cura, pazienza, errori. La natura non accelera per nessuno.

E invece chiediamo ai ragazzi di essere subito forti, subito vincenti, subito perfetti. Poi, alla prima caduta, sembra che abbiano fallito.

Anche con il calcio abbiamo perso l’attesa.

Lo guardiamo ogni giorno, a qualsiasi ora, su qualsiasi schermo. Prima era un rito, oggi rischia di diventare un’overdose.

Se mangi un dolce una volta ogni tanto, lo desideri. Se puoi averlo continuamente, smette di essere speciale.

È questo che abbiamo perso: il desiderio.

Il calcio può ancora essere una straordinaria scuola di vita. Ma dobbiamo tornare a raccontarne la fatica, l’attesa, gli errori, la gioia e soprattutto l’imprevedibilità. Perché forse il problema non è che abbiamo smesso di amare il calcio. È che abbiamo dimenticato come si ama davvero qualcosa.»

Alessandro Del Piero