I CAVALLI, LE CORSE E “TRABARCARE”

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“Si scavalca?”, si sarebbe detto in ogni altro luogo del pianeta. “Si trabarca?”, imponeva lo slang di chi è nato tra Stagno e Quercianella.

Già, trabarcare era l’avventura delle avventure, era sentirsi Indiana Jones nato per caso all’Ardenza, era risparmiare quelle poche migliaia di lire del biglietto, era la sensazione di onnipotenza sbucando dalla selva oscura in quella kermesse di luci, cavalli, zoccoli, odore di erba e di biada e di ragazzine appena sbocciate: questo era l’ippodromo, in quei favolosi anni che dal bianco e nero ci avevano portato al colore.

L’ippodromo di Livorno è uno dei più belli del mondo. Non ci sono discussioni. E’ una perla incastonata in una verde ostrica, a una strada di distanza dal blu del mare. Se guardi il Caprilli dal mare vedi la maestà di Montenero e delle piccole case che vi si arrampicano, se lo guardi da terra indovini i colori dorati dei tramonti. E la sera è invaso da piccole lucciole, da falene che fluttuanio nell’aria salmastra.

Non c’era nulla di più bello, il giovedì e la domenica sera d’estate, che bighellonare tra il tondino e la lavagne dei picchetti, mitologiche creature con voci stentoree che annunciavano cavalli e cambiavano le quote con i gessetti. Il totalizzatore, sportelli di plexiglas oltre i quali lavoravano bellissime ragazze che ti consegnavano il biglietto per le tue rarissime e del tutto casuali scommesse su cavalli di cui ti piaceva solo il nome, ma che poi si rivelavano dei brocchi senza speranza.

L’ippodromo, soprattutto, era socialità. Era ricerca dell’amore, dell’infatuazione. Era sedersi sulla spalletta in cima alle scale che davano sulla pista e divorarsi tre ghiaccioli di fila sperando che lei ti guardasse, libera finalmente dal giogo delle amiche.

”Vieni alle corse?” era il mantra che partiva già dal primo pomeriggio. Le ragazze, quelle, pagavano sempre il biglietto: mai avrebbero ”trabarcato” con il rischio di strapparsi camicette e jeans. Noi ragazzi, invece, affrontavamo l’adrenalinica sfida. Il ritrovo era alle 21 lungo il viale Italia, all’altezza del curvone.

Eravamo tanti: sei, otto, anche dieci. La procedura era semplice e allo stesso tempo durissima: scavalcare il parapetto, calarsi nel fossato, profondo quattro-cinque metri, pieno di rifiuti e di qualche presenza animale che ti faceva trasalire.

Poi, a forza di braccia, risalire verso il reticolato nel quale centinaia di precedenti passaggi avevano realizzato provvidenziali buchi, nei quali entravi quasi strisciando, come un soldato Vietcong, per uscire poi dalla parte opposta, a pochissimi metri dalla pista di un perfetto verde, solcata dagli zoccoli dei purosangue.

La camminata trionfale dal buio alla luce accecante sanciva il successo della missione, i soldi risparmiati, la presunzione di essere un eroe, la corsa verso i capelli lucenti delle ragazzine. Trabarcare era tutto questo: era essere giovani, e felici.