«Non pensavo che sarei diventata madre. Forse, quando cresci con un’idea fragile della famiglia, è difficile immaginare di costruirne una tua.
La mia infanzia e la mia adolescenza non sono state semplici: un padre assente, una presenza divisa altrove, e quella sensazione che la famiglia non fosse davvero il luogo sicuro e meraviglioso che molti raccontano.
Poi ho incontrato mio marito, e qualcosa dentro di me è cambiato. La maternità è arrivata come una trasformazione profonda. I miei figli mi hanno resa più coraggiosa, più forte, più concreta. Mi hanno dato moltissimo, ma mi hanno tolto anche qualcosa: l’incoscienza.
Prima ero più romantica, più sospesa, con la testa tra le nuvole. A volte mi dispiace non essere più così, ma sono felice di esserlo stata. Proprio per questo riesco a guardare con tenerezza chi vive ancora con quella forma di leggerezza assoluta, chi si affida al sogno senza calcolare troppo.
So cosa significa sentirsi derisi, presi in giro, guardati come se si fosse troppo fragili o troppo emotivi. L’ho vissuto sulla mia pelle. Da bambina faceva male, era qualcosa che ti colpiva nel punto più esposto. Ma non considero quella sofferenza una menomazione. Al contrario, nel tempo l’ho trasformata in forza.
Quando attraversi certe ferite, ti sembra che non finiranno mai. Poi capisci che possono diventare motori, spinte silenziose che ti aiutano a crescere, a comprendere meglio gli altri, a non fermarti all’apparenza.
Per questo penso che non bisogna preoccuparsi di chi viene discriminato, ma di chi discrimina. Chi ferisce, chi deride, chi esclude, resta piccolo dentro. Chi invece attraversa il dolore e riesce a trasformarlo in consapevolezza trova una forza che nessuno può più portargli via.»



