10 ottobre 1970. Sugli schermi un poco lattiginosi del sabato sera torna lei, Canzonissima. “Ma che musica maestro, hai trovato la via giusta per la celebrità” diviene il tormentone che ti resta nelle orecchie e che ti sveglia alla domenica mattina. E’ un’Italia tutto sommato felice, quella.
Siamo arrivati secondi ai Mondiali, le abbiamo date ai tedeschi. Il governo, guidato da Emilio Colombo, è un po’ meno democristiano del solito, con la presenza dei socialisti.
Gli americani si ritirano dal Vietnam, a Milano finisce in rissa per acquistare i biglietti dei Rolling Stones e tutte le regioni vengono finalmente unite dalla teleselezione telefonica.
Ma in quell’ottobre 1970 tutta l’Italia è innamorata di Raffaella Carrà, che insieme a Corrado conduce Canzonissima, che poi sarà vinta da Massimo Ranieri davanti a Gianni Morandi e Mino Reitano. Programma, a vederlo oggi, di livello clamoroso, con ospiti di livello assoluto, da Sordi a Gassman.
Ma la stella è lei, la ragazzina di Bellaria, con quel sorriso troppo sorriso per non fermarsi a guardarlo. E quegli occhi, lucenti sotto il trucco anni 70. Icona di talento, di eleganza, di leggerezza. Ma anche bandiera che garrisce contro le discriminazioni di genere, per l’uguaglianza universale della persona. Una donna, un’artista che ha scritto un pezzetto di storia ballando, cantando, intrattenendo senza calcoli, ma pensando.
Una che cantava “Luca”, ed era il 1978, e l’Italia perbenista storceva il naso perché raccontava di un ragazzo con i capelli biondi come l’oro che preferiva l’amore di un altro uomo e tutte le ragazze che gli cadevano ai piedi.
Sì, Raffa non aveva paura di celebrare il sesso, l’amore senza troppi vincoli, limiti e pensieri: com’è bello far l’amore da Trieste in giù (anche se ci siamo sempre chiesti cosa succedeva a nord del capoluogo giuliano) cos’altro era se non il manifesto dell’autodeterminazione sessuale, un inno di libertà? E non fu sempre la ragazza di Bellaria, all’alba dei torbidi ed inquieti anni Settanta, a far viaggiare la mente del maschio italico con il top del Tuca tuca che fece vistosamente sbandare anche il controllatissimo e un po’bigotto Alberto Sordi?
Anche dall’altra parte dell’Oceano Raffa era Raffa: per cinque settimane lo show di Raiuno Buonasera Raffaella andò in onda dalla sede Rai di New York, nel delirio della comunità italiana, e subito dopo fu ospite dello show di David Lettermann: se ti sedevi su quella poltrocina, con la tazza di caffè in mano, potevi dire di aver scollinato il successo mondiale.
Ed era sempre lei, ragazzina di appena 22 anni, che sfuggiva agli occhi blu di Frank Sinatra, che la ricopriva di rose sul set del Colonnello Von Ryan, film del 1965.
Chiunque avrebbe tremato davanti al carisma di The Voice, non la ragazza di Bellaria che lo liquidò così: «Per me non era un gran mito».
Oltre la cantante, oltre la ballerina, oltre l’attrice c’è la donna con la sua forza morale, i suoi messaggi leggeri eppure pesantissimi. Se n’è accorta anche la Spagna, altra terra che Raffaella ha ammaliato con la sua gioia di vivere, la sua esuberanza così latina. La scelta di cantare in lingua spagnola le regalò un clamoroso successo non solo nella penisola iberica, ma in tutta l’America Latina.
Ce l’abbiamo un po’ tutti nel Dna, per quello che ha fatto, per la sua musica, per la sua storia. È così: fischiettando i suoi hit o guardando filmati color seppia, sorridendo o ballando, ci accorgiamo tutti che una come Raffaella resta da qualche parte, accovacciata nelle pieghe della nostra memoria.
Perché ci ha risolto tanti sabato sera, ma non solo: ha detto tanto senza farlo pesare. E magari, se sei una così, finisce che il tuo sorriso, un giorno, può cadere giù da un grattacielo di Times Square. A lei è successo



