Da bambina sognavo i vestiti. A 14 anni, con i soldi guadagnati dai primi lavori come modella per cataloghi di negozi della zona – in genere tute da sci – correvo a comprarmi abiti. Mia madre conserva ancora quei cataloghi, ne sono certa.
Quando sono andata via di casa, nella mia cameretta erano rimasti i poster di Claudia Schiffer appesi alle pareti e i pupazzi sul letto. E ancora oggi, quella stanza è rimasta intatta, come se il tempo si fosse fermato.
I primi amori? In realtà non ne ho avuti. Mio padre era molto geloso. Allora in paese i ragazzi usavano venire sotto casa, citofonare e dire: “Scendi”, senza avvisare prima. Ma alla porta rispondeva sempre lui: “Silvia non c’è”. Non mi lasciava uscire.
A volte mi concedeva di andare in discoteca, ma solo a una condizione: che mi accompagnasse lui. E non si muoveva mai da lì: restava chiuso in macchina nel parcheggio fino alla fine. Inutile dirgli di andare a casa e tornare a prendermi: non si spostava. La prima cosa che ho detto a Pier Silvio? “Io comunque sono dell’Inter”



