Divieto di licenziamento, Italia caso unico in Europa (finora)

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Da marzo In Italia sono vietati i licenziamenti individuali e collettivi per ragioni economiche. Se per esempio un’azienda non ha più bisogno di un lavoratore viste le cambiate condizioni del mercato, non può licenziarlo. Nel divieto non sono compresi i dirigenti e i licenziamenti disciplinari. Con il decreto “agosto” qualcosa è cambiato, almeno nella forma: ora il divieto per le procedure individuali si applica solo alle aziende che ancora hanno la possibilità di usare la cassa integrazione (Cig), che terminerà tra novembre e dicembre, e a quelle che possono fruire degli sconti di 4 mesi sul cuneo fiscale appena introdotti. Insomma, non c’è più una scadenza temporale uguale per tutti ma molte aziende continueranno a non poter licenziare, anche se non dovessero richiedere più la Cig. Basta che ne abbiano diritto.
Licenziamenti incompatibili con la cassa integrazione

E nel resto d’Europa cosa succede? L’Italia è un caso unico in questa scelta. Nessun altro paese ha introdotto un limite così forte all’attività economica. A dimostrarlo è l’Ocse, che in un suo documento di analisi cita il caso del nostro paese come unico. Altri stati hanno introdotto alcuni limiti, ma nella maggior parte dei casi sono validi solo per le aziende che usano la cassa integrazione o altri aiuti pubblici. Insomma, se usi soldi dei contribuenti per pagare i tuoi dipendenti, non puoi licenziarli: questo è il concetto. Ma all’imprenditore rimane la libertà di scegliere se richiedere la cassa integrazione. Secondo un report dell’unione dei sindacati europei (Etui) limitazioni ai licenziamenti in caso di aiuti pubblici sono presenti in tutti i paesi membri al di fuori soltanto di Belgio, Finlandia, Germania, Lettonia, Romania e Slovenia. Alcuni stati prevedono anche una protezione dalla perdita del lavoro che supera la durata della cassa integrazione: per esempio in Francia, Bulgaria e Lituania la durata di tale protezione arriva fino al doppio del periodo in cui si è usufruito della cassa integrazione. In Ungheria invece le imprese che hanno avuto soldi pubblici per pagare gli stipendi dei dipendenti devono mantenere lo stesso livello di occupazione fino alla fine del 2020. Questa norma secondo Andrea Salvatori, economista dell’Ocse, è «un’arma in mano agli stati per evitare che aziende che hanno già deciso di disfarsi dei propri dipendenti usino la cassa integrazione solo per ritardare questa scelta». E dunque che soldi pubblici vengano usati per salvare posti di lavoro che sono ormai destinati a scomparire, prima o poi.