A fine Legislatura, Meloni va da Confindustria e pronuncia queste parole

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“Ve lo dico perché vi assicuro che l’Italia intende tenere il punto su questo tema. Perché anche da qui si testa il cambio di passo, politico e strategico, dell’Europa. Solo se noi semplifichiamo e rendiamo più veloci i processi amministrativi, possiamo rilanciare gli investimenti e aumentare le occasioni di crescita.”
E aggiunge che si devono eliminare lacci e lacciuoli e rimettere al primo posto la libertà d’impresa soffocata dalla burocrazia.
C’è da chiedersi, allora, perché Meloni nei suoi quattro anni di Governo abbia fatto tutt’altro: pesanti complicazioni operative su industria 5.0, tagli drastici ai crediti d’imposta già richiesti, lentezza nel varo dei decreti attuativi che congelano il nuovo meccanismo di iperammortamento, gli ISA trasmessi con un notevole e fastidioso ritardo e la norma sulla nuova ritenuta d’acconto tra soggetti che esercitano attività d’impresa.
Lei si rivolge all’Europa ma ha agito contro le imprese, soprattutto le piccole e medie, e, quando chiede all’UE di essere rapida nelle decisioni, omette di dire che è sempre in prima fila per frenare difendendo il diritto di veto e promuovendo il metodo dell’unanimità.
Ha chiesto a Confindustria di aprire un cantiere sulle semplificazioni. A un anno delle elezioni avrebbe dovuto portare in dote un lavoro già fatto e non i buoni propositi per risolvere problemi che sono gli stessi di quattro anni fa aggravati dalla sua azione di governo. Aveva una bella maggioranza, numero solidi e stabili, le semplificazioni erano alla sua portata ma non le ha fatte.