Come era prevedibile in base alle più elementari leggi economiche, la temporanea riduzione praticata sulla quota fiscale dei listini finali dei carburanti non ha sortito gli effetti desiderati dal governo Meloni alla vigilia del voto referendario: secondo varie fonti giornalistiche, gli sconti sarebbero avvenuti in circa il 60 per cento dei punti di distribuzione e delle stazioni di servizio
Le accise non sono entrate nelle urne del referendum sulla Giustizia. Per la verità, e parlando dalle posizioni garantiste che da sempre contraddistinguono il nostro giornale, nei seggi starebbe entrando ben altro, in termini politico/giudiziari, i cui effetti – in termini di regolamenti di conti dentro la destra nazionale e piemontese – saranno ponderabili soltanto dopo l’esito atteso per domani pomeriggio dopo le ore 15.
Nel frattempo, quello che ci preme sottolineare è il fallimento del provvedimento con cui la Premier Giorgia Meloni ha cercato di recuperare il consenso a rischio di caduta verticale dopo l’esplosione della crisi energetica nel Golfo Persico. La riduzione temporanea dell’accisa sulla benzina, fissata in 25 centesimi di euro al litro per un orizzonte temporale di appena 20 giorni dallo scorso giovedì, non si starebbe traducendo in un calo simmetrico del prezzo del carburante pagato dagli automobilisti alla stazione di servizio.
Con un duplice effetto beffardo che rischia di tradursi in un autogol in una fase politicamente molto turbolenta – forse il vero e proprio bilico dall’inizio della legislatura nel 2022 – per l’esecutivo di destra/centro guidato dalla fondatrice di Fratelli d’Italia: da un lato, palazzo Chigi ha attinto una quota delle coperture dal solito sacrificabile servizio sanitario nazionale, come se già non bastassero le basse retribuzioni del personale medico e paramedico e le infinite liste d’attesa; dall’altro, e per paradosso, le risorse sottratte alla sanità collettiva, per la parte non tradottasi in riduzione del prezzo finale, finiscono con il tramutarsi in un sussidio e in una contribuzione impropria a tutto beneficio delle compagnie petrolifere.
Questo nello scenario in cui, secondo le rilevazioni statistiche delle competenti agenzie fiscali e doganali, il gettito medio garantito dalle accise alle casse erariali è corrispondente, su base giornaliera, a 120 milioni di euro nei momenti di massimo picco delle quotazioni del petrolio greggio. Se consideriamo che il decreto approvato a metà della scorsa settimana dal Consiglio dei Ministri ammonta ad appena mezzo miliardo di euro, ottenuto de/finanziando altri capitoli di rilievo sociale come sanità e trasporti, si comprende bene che il beneficio per l’automobilista e per il padroncino è pressoché minimo e – come se non bastasse – avrà la stessa scadenza di uno yogurt, tre settimane appunto.
Il Governo Prodi, una ventina di anni fa, inventò l’accisa “fisarmonica”, un meccanismo che prevedeva la riduzione automatica della componente fiscale – tramite la ridestinazione del maggior gettito Iva – in caso di eccessive oscillazioni rialziste del prezzo imponibile. Con Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti siamo passati all’accisa “yogurt”, ma per il momento l’unica liquidità è quella monetaria di cui chi deve fare il pieno si deve privare dal proprio portafoglio.
AZ




