Alla fine restano le immagini in bianco e nero, i palazzetti pieni di fumo e applausi, e un modo di stare in campo che oggi sembra appartenere a un’altra epoca
Restano 5104 punti in Serie A, sì, ma soprattutto resta la sensazione che Paolo Vittori non abbia mai giocato solo per segnare. Ogni tiro aveva un senso, ogni movimento una misura. Un basket pulito, essenziale, che non cercava il clamore ma lo otteneva comunque.
Quando smette di giocare, Vittori non se ne va davvero. Rimane lì, a bordo campo. A Rieti guida la Sebastiani in Serie A nella stagione 1975/76, chiudendo il cerchio con quella città che gli aveva regalato l’ultimo grande sorriso da giocatore.
Perché Rieti, prima ancora, era stata l’ultima tappa di una carriera vissuta sempre in avanti: nel 1972/73 porta la Brina alla promozione in A, come se anche il finale dovesse avere un significato preciso.
Prima c’era stata Napoli, passaggio breve ma intenso, fatto di esperienza e classe messa al servizio degli altri. E prima ancora Varese, l’Ignis. Qui la storia si fa grande, quasi enorme. Dal 1966 al 1973 Paolo Vittori entra nel cuore della squadra che domina l’Europa. Coppa Intercontinentale, Coppa delle Coppe, due scudetti, due Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, altre Intercontinentali. Un elenco che sembra infinito, ma che non racconta fino in fondo cosa fosse quell’Ignis: una macchina perfetta, e Vittori era uno degli ingranaggi più raffinati.
Milano, però, era stato il vero punto di svolta. L’Olimpia lo accoglie giovanissimo, stagione 1959/60. Sei anni che segnano un’epoca. Quattro scudetti, due volte miglior marcatore del campionato.
509 punti nel ’61, 562 nel ’65. Numeri importanti, ma non gridati. Vittori segnava perché sapeva quando farlo. Era leader senza bisogno di alzare la voce, rispettato perché affidabile, temuto perché lucido nei momenti che contavano.
Tutto era cominciato prima, molto prima.
Gorizia, città di confine, di passaggi e contaminazioni. Lì nasce Paolo Vittori, lì cresce respirando pallacanestro. Le giovanili locali bastano poco a contenerlo. Il talento è evidente. Nel 1958/59 l’esordio in Serie A con la MotoMorini Bologna: il primo assaggio di un mondo che diventerà casa sua. Rubini e Bogoncelli lo vedono, capiscono, non aspettano. Milano è la tappa successiva.
E poi c’è la Nazionale. Ottantanove presenze, 949 punti, tre Olimpiadi. Roma ’60, Tokyo ’64, Città del Messico ’68. Anni in cui vestire l’azzurro significava confrontarsi con il meglio del mondo. Vittori c’era sempre. Senza eccessi, senza pose. Presente.
Paolo Vittori non è stato un uomo da copertina, ma un riferimento. Uno che ha attraversato l’epoca d’oro del basket italiano lasciando impronte ovunque. Non solo nei trofei, non solo nelle statistiche. Nel modo di intendere il gioco. Con rispetto, con intelligenza, con dedizione totale. Ed è per questo che, ancora oggi, il suo nome non suona come un ricordo lontano, ma come una lezione che vale la pena ascoltare.



