Siamo a Reykjavik, Islanda. Dannì è una giovane disagiata che un brutto giorno viene trovata in uno scantinato morta con una siringa infilata in un braccio: overdose o omicidio?
I suoi anziani nonni, che la amano ma non condividono le sue frequentazioni, chiedono aiuto all’ex poliziotto Konrad affinché con discrezione prima la cerchi (era scomparsa da casa) e poi scopra quanto accaduto.
Circa 50 anni prima una dodicenne, Nanna, annega in un laghetto locale, ed il suo corpo viene ripescato dal professore e mancato poeta Leifur, insieme alla sua bambolina preferita. Eiglò è una sensitiva che oggi ha periodiche visioni di Nanna e della sua bambola e cerca di convincere Konrad ad indagare su quella morte sospetta lontana nel tempo. L’ex poliziotto – dopo un’iniziale ritrosia – ne parla con Marta, poliziotta in attività, sua amica, per la quale però non ci sono sufficienti elementi per riaprire l’indagine.
Ed ecco come e perché personaggi ed elementi così distanti si ritrovano tra loro legati ed incastrati in un difficile puzzle da ricostruire e districare; scavando nel passato – ma anche nel presente del romanzo – si scoprono cose inaspettate.
La bambola nelle mani di Leifur contiene e rivelerà dei segreti; il papà di Eiglò e quello di Konrad trafficavano insieme con sedute spiritiche sfruttando anche i poveri; Dannì ha un fidanzato, Lassi, che viene picchiato a morte da due balordi per la mancata consegna di un carico di droga che lui e Dannì avevano l’incarico di ritirare; Lassi però mentre sta per uscire dal coma rischia di morire per una iper dose di farmaci nella sua flebo – salvato però da Konrad – per mano di un assassino che non vuole si risvegli per le troppe cose che sa sul suo conto; un’amica di Dannì riferisce che lei odiava i suoi nonni ed il rapporto nonni nipote non era così idilliaco come aveva riferito l’anziana coppia; infine, ci sono delle conoscenze/relazioni tra il medico Gùstaf, fratello del nonno, e la mamma di Nanna: insomma una trama molto ingarbugliata resa inestricabile anche dai continui “salti di fronte” del narratore tra luoghi, personaggi e tempo.
Aggiungiamo che l’ambiente di sottofondo è “molto torbido”, imbevuto di pedofilia ed il thriller si complica all’inverosimile, con oggettive difficoltà per capirci qualcosa e ricostruire gli avvenimenti che, fino alle ultime 15/20 pagine rimangono scollegati.
I due casi principali di morte – di Dannì ed anni prima di Nanna – trovano spiegazione grazie all’intuito e alla logica di Marta e Konrad e alle percezioni sensitive di Eiglò.
Pure, con i due detective sofferenti per personali problemi di esistenza; Konrad con il padre assassinato da mano sconosciuta (forse addirittura il padre di Eiglò), che (anche lui) aveva molestato Beta, sorella di Konrad. Ed infatti è proprio Beta, con le sue amiche del gruppo anti violenza di Stìgamòt, a costringere Marta a riaprire, finalmente, le indagini su Nanna, con “un’azione forzata poco legale” che non ammette rifiuto e che condurrà alla verità.
Un bel giallo ben descritto e ben intrecciato.
Arnaldur Indridason è nato nel 1961 e vive da sempre a Reykjavik, dove ha fatto il giornalista ed il critico cinematografico per le maggiori testate islandesi. Oggi è completamente dedito alla scrittura sia di romanzi che di sceneggiature.
Ha vinto parecchi premi; i suoi romanzi hanno venduto oltre 15 milioni di copie in tutto il mondo e sono stati tradotti in oltre 40 lingue.
Franco Cortese Notizie in un click




