BELFAGOR, E IN TV ARRIVO’ LA PAURA

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E in tv arrivò la paura. Quella vera. Quella che non ti faceva dormire, che ti faceva accelerare il passo quando il corridoio si perdeva nell’oscurità. Quella che ti faceva alzare la coperta fino a coprirti il viso, perché al buio non si sa mai.
Belfagor, il fantasma del Louvre, irruppe come un sinistro scricchiolìo nella nostra cara, vecchia, rassicurante mamma Rai.
Esattamente sessant’anni fa, nel 1966. Sconvolgendo il mondo placido, sereno, tranquillo del telespettatore medio, che si cibava di sceneggiati soffici, educativi, o di rievocazioni storiche.
Le mie prigioni di Pellico, la vita di Dante con Albertazzi, il superbo Gian Maria Volontè nei panni di Michelangelo e Caravaggio, Renato Rascel con la sottana di padre Brown, i primi episodi del commissario Maigret con Gino Cervi. Lo sceneggiato affascinava, ripercorreva, educava, magari faceva riflettere ma non non doveva impaurire, perché le serate in bianco e nero dovevano essere così, dolci, quiete, il riposo della mente dopo una giornata di lavoro o di studio.
Ma non avevamo fatto i conti con i francesi. Che l’anno prima, 1965, avevano azzardato, e trionfato. Una scommessa, mettere in forma di mini-serie la storia inquietante dello spettro vestito di nero, il viso coperto da una maschera argentata che fluttuava tra gli austeri corridoi del museo parigino.
Scommessa stravinta: 10 milioni di telespettatori su 18 milioni di apparecchi televisivi, uno dei primi veri fenomeni mediatici d’Oltralpe. Juliette Greco, grande cantante e attrice di talento di sangue corso, salì vertiginosamente le scale della celebrità: c’era lei, mora e affascinante, dietro la spaventosa maschera di Belfagor.
La Rai dei buoni sentimenti, di fronte a questo clamoroso  successo, decise di acquistare la mini-serie, a peso d’oro. Troppo ghiotta, l’occasione. 60 anni fa andò in onda la prima puntata di Belfagor, il fantasma del Louvre: ma i piani alti di viale Mazzini non vollero rischiare troppo, e confinarono lo sceneggiato – in sei puntate – sulla seconda rete, al mercoledì sera.
Il primo dato fu vertiginoso: 18 milioni di telespettatori, un record che sarà battuto dieci anni dopo, nel 1976, soltanto da “Dov’è Anna” di Piero Schivazappa, con Mariano Rigillo e Scilla Gabel che di milioni ne fece 24, come la nazionale di calcio.
Il dietrofront della Rai fu ovviamente fulmineo, dal secondo al primo canale (che si chiamava non a caso programma nazionale) e fu scelto il giovedì, serata più nobile, per le quattro puntate finali.
Nel 1966 ero troppo piccolo per ricordare, ma Belfagor venne replicato – saggiamente – nel 1969 e poi nel 1975, quando sapevo meglio cos’era la paura.
E il successo di ascolti fu ugualmente roboante. Perchè quel fantasma tutto nero, che adesso farebbe sorridere di commiserazione, spaventoso lo era davvero.
Perchè sapevi che sarebbe spuntato prima o poi nelle austere sale, un passaggio veloce, quasi un’impressione fugace, un’inquadratura lampo, eppure un brivido ti correva sulla schiena e ti faceva trasalire. Un intelligente gioco di eterna attesa, da parte del regista e degli autori, che costruirono una storia altrimenti dimenticabile sull’attesa dello spettro, sulla suspence, sull’assenza che inquietava più della presenza.
Ecco perché Belfagor è entrato nell’immaginario collettivo. Quella maschera argentea che nascondeva gli occhi di Juliette Greco era l’incubo che nessuno avrebbe voluto vivere, ma che attraeva fatalmente tutti.
Anche gli italiani, abituati a placidi parroci di campagna, a ispettori bonari, alla vita dei più grandi raccontata con la voce del narratore. Ma poi arrivò Belfagor, e in tv arrivò la paura. Riguardatelo su Youtube: e aspettatevi un brivido sulla schiena, ancora, come allora.