Bonus anti rincari promesso dal governo? Come le due scarpe di Lauro

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Nelle scorse ore, in una campagna referendaria sulla giustizia sempre più verbalmente imbarbarita, da palazzo Chigi, dopo quindici giorni di fluttuazioni incontrollate di prezzi e tariffe, e la pressoché totale sparizione dei Ministri delegati da banchi parlamentari e dibattiti pubblici sull’inflazione, spunta l’ipotesi di mettere a punto una elargizione per le fasce reddituali più colpite. Ma si tratta, fin dal suo impianto concettuale, di un provvedimento destinato a causare l’ennesima, inefficiente allocazione di risorse a danno dei veri ceti medi lavorativi e produttivi

Una scarpa prima della consultazione referendaria del prossimo 22 e 23 marzo, l’altra dopo. Sembrerebbe un copione letto più volte quello che emerge dalle intenzioni dei vertici del Governo per mettere un argine agli effetti delle fluttuazioni nelle quotazioni del gas e del petrolio greggio a seguito dell’operazione militare di Stati Uniti d’America e Israele contro il regime islamista di Teheran. Fluttuazioni rispetto alle quali si è registrata, a oggi, la più clamorosa omissione di intervento da parte di un Governo nazionale nei confronti del sistema dei prezzi dei carburanti e delle tariffe delle future bollette in arrivo ad aziende e famiglie.

Meloni, Urso e Giorgetti: a oggi, quello italiano è il solo Governo che non sia intervenuto sulle fluttuazioni dei prezzi dei carburanti 

Un dato è certo: nella metà della settimana appena avviata, si riunirà a Bruxelles il Consiglio europeo che, con la partecipazione dei capi di Stato e Governo dei 27 della UE, dovrà decidere le mosse di breve e di medio periodo per contrastare gli effetti della crisi energetica. Le ipotesi sono diverse, e tutte risentono della comprovata lentezza alla base dei processi decisionali dell’Unione: alcune fonti ipotizzano la fissazione di un “Price cap”, ovvero di un tetto massimo al prezzo al dettaglio che può essere applicato alle importazioni di gas e di petrolio greggio; altre, invece, spingono per un allentamento dei vincoli fiscali e di bilancio, sulla base di quanto già avvenne in occasione dello shock pandemico, attraverso la sospensione del fiscal compact e del patto di stabilità sottoscritto peraltro dal governo Meloni e dal Ministro leghista Giorgetti (grande assente da quando è iniziata la crisi energetica proveniente dal Golfo Persico).

Nel frattempo, l’erario statale italiano brinda autenticamente alla lievitazione delle quotazioni e quindi dei prezzi, che portano in dote un più alto gettito da accise e IVA, stimato in parecchi miliardi di euro in uno scenario in cui, anche con il raggiungimento di un armistizio, comunque non immediato, i prezzi e le tariffe al consumo sono destinati a non calare almeno da qui al prossimo autunno.

La prospettiva pertanto, analizzando l’atteggiamento attendista finora espresso dal governo Meloni, è quella di una manovra correttiva di bilancio fintamente espansiva, che utilizzerà solo una minima parte dell’extra gettito proveniente da accise e Iva, e che ancora una volta utilizzerà i criteri pauperistici dei parametri ISEE, i quali escluderanno i veri ceti medi professionali, lavorativi e pendolari, con argomentazioni anacronistiche come quelle del ministro Adolfo Urso dichiaratosi contrario alla riduzione temporanea delle accise e favorevole a una irrealistica tassazione sugli extra profitti delle società di produzione e distribuzione energetica: tassazione che mai avrà luogo, in quanto già più volte dichiarata incostituzionale, e che nella migliore delle ipotesi apporterebbe dei minimi benefici tra novembre 2026 e luglio 2027. Troppo tardi.

AZ