C’era qualcosa d’italiano e di terrone in Bossi

0
0
Northern League leader Umberto Bossi, left, with outgoing premier Silvio Berlusconi at a rally to support the candidature of Letizia Moratti to mayor of Milan, in this northern Italian city, Sunday, May 7, 2006. Milan will elect a new mayor on May 28 and 29. (AP Photo/Antonio Calanni)

Umberto Bossi è stato il primo, nuovo leader della seconda repubblica ed era rimasto l’ultimo, vecchio leader della seconda Repubblica

Da primizia a reperto. Quando si affermò, agli inizi degli anni novanta, era il capataz ruspante, venuto dal nulla e dalla strada, popolano prima che populista, fuori dalla storia politica del paese e dalle sue ideologie; non proveniva dalla prima repubblica, come tutti gli altri partiti presenti sulla scena ma dal suo collasso. Però alla fine era rimasto l’ultimo superstite di quella stagione politica.

Al punto che il partito più giovane della seconda repubblica, diventò col tempo il più vecchio: tutti gli altri nel frattempo avevano cambiato pelle, nome e sostanza. Bossi arrivò prima di Berlusconi sulla scena politica e se n’è andato dopo di lui. Non fu una meteora, come agli inizi della Repubblica fu l’Uomo Qualunque.

Ha preceduto Beppe Grillo nella rivolta anticasta. Bossi è stato un vero animale politico, anche se un tempo molti si fermavano alla prima metà della definizione. Così una definizione dispregiativa diventò un complimento.

Il suo fiuto animale, il suo spiccato senso della realtà e degli umori popolari, un po’ meno la sua rudimentale mitologia, riuscivano a raggiungere gli istinti e le pulsioni di tanti cittadini. Degli alleati di Berlusconi apparve all’inizio il più inaffidabile ma poi si rivelò il più leale.

Non si lasciò mai “colonizzare” dal Cavaliere e tantomeno berlusconizzare, non portò la Lega dentro la Casa berlusconiana, come fece Fini con An; mantenne un’istintiva, fiera, selvaggia autonomia, pur mostrando simpatia umana per il Cavaliere, che trattò da pari, mantenendo fino alla fine un rapporto brusco e affettuoso con lui (i casi della vita: la mamma di Berlusconi si chiamava Bossi).

Poi fece molti errori, e qualche grave abuso, degni della prima vituperata repubblica, fino a delineare un partito a conduzione personale se non padronale. Lasciò seri danni alla sua Lega, ma il giudizio politico va espresso nel complesso e nel contesto, paragonandolo ai leader pari grado e a tutto il loro cammino.

Ma non vorrei aggiungere un ennesimo bilancio e ritratto politico di Bossi alla folta galleria di questi giorni, in cui Bossi è stato salutato con l’aureola benevola che si concede ai defunti e la simpatia sopraggiunta dei suoi detrattori di ieri da quando prese le distanze da Salvini.

Vorrei piuttosto mettere in luce un aspetto curioso ma essenziale della sua personalità, del suo temperamento, e metterlo in relazione col suo messaggio politico principale, la rivolta del nord. Vorrei cioè addentrarmi nella sua psicologia, nella sua antropologia, quasi sfiorando una specie di fenomenologia di Umberto Bossi, l’orco della Padania.

Marcello Veneziani