CILE: ALLE 22:00 DI IERI LE LANCETTE SONO TORNATE AL 1973

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All’epoca non c’ero. Le immagini le ho viste e riviste in documentari, film, spezzoni di documenti dell’epoca. Ogni 11 settembre vado a riascoltare quel messaggio struggente del “compañero presidente” a Radio Magallanes, mentre si trova in una Moneda sotto le bombe dei golpisti.
Le immagini mostrano i carri armati e i mezzi militari in tutta la città e poi davanti al palazzo presidenziale. Con quelle immagini cominciava una delle pagine più tristi della storia per i popoli del mondo.

Ieri in Cile, per la prima volta da trent’anni, quei fantasmi si sono rimaterializzati. I militari sono di nuovo per le strade e dinanzi alla Moneda, al palazzo che fu di Allende e che fu poi profanato da Pinochet e dai suoi assassini.

Il presidente Sebastián Piñera, una volta considerato il Berlusconi cileno, oggi coccolato dagli istituti della finanza e dai centri di potere internazionale, a cominciare da Washington, ha dichiarato lo “stato d’emergenza” per Santiago, la capitale. Avrebbe dovuto spegnere le proteste nate all’indomani dell’aumento del prezzo del biglietto della metro, che ha fatto da detonatore a un malessere molto più profondo e che in tante e tanti in Cile covano da anni, se non da decenni. Studenti delle superiori che scelgono la via della disobbedienza – rifiutandosi di pagare il biglietto – stazioni incendiate, un popolo in strada.

Lo stato d’emergenza avrebbe dovuto raffreddare i bollenti spiriti e invece nulla: anche di fronte ai carabinieri e ai militari nelle strade il popolo non è tornato a casa. È rimasto in strada, sfidando la repressione ordinata da Piñera pentole alla mano, in una delle più tipiche espressioni di protesta in America Latina: il “cacerolazo”.

Piñera ha deciso un primo passo indietro: sospeso l’aumento del prezzo del biglietto della metro. Ma, insieme ai militari, ha allargato il raggio e la profondità dello stato d’emergenza: ora tocca anche Concepción e Valparaiso e il popolo è soggetto a coprifuoco dalle 22 alle 7. Valparaiso non è solo una città, e nemmeno solo.la sede del Congresso; è un pezzo chiave dell’economia cilena, col suo porto e i suoi lavoratori. Proprio quelli che pubblicamente hanno appoggiato le proteste degli studenti e delle studentesse e che hanno chiamato allo sciopero generale. La saldatura di questo movimento studentesco con il pezzo di classe lavoratrice che più d’ogni altro gode di un enorme potere strutturale -perché se si ferma si ferma tutta l’economia export-oriented cilena – fa paura alle classi dirigenti.

A noi, che siamo dalla parte del movimento popolare, dice, invece, che la marcia indietro di Piñera è tardiva. In Cile, già oggi, a pochi giorni dallo scoppio delle proteste, in campo non c’è solo una “rivolta studentesca”, ma una rivolta popolare, alla cui avanguardia ci sono giovani e giovanissime/i, che svolgono il ruolo di miccia per tutti gli altri segmenti delle classi popolari.

Nelle strade già quasi non si parla più del prezzo del biglietto della metro, e aria e muri si riempiono invece della nuova parola d’ordine:
#RenunciaPiñera. Dimettiti Piñera.

Da Giuliano Granato del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

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