Il commento dei dirigenti apicali Ivano Tonoli ed Erminio Brambilla, ai vertici della Confederazione datoriale e sindacale: “Pur all’interno di parametri vincolistici assolutamente sorpassati, obsoleti e da sostituire, procedura quest’ultima lunga e tortuosa, è comunque possibile predisporre e adottare soluzioni di politica fiscale in grado di rilanciare i redditi aziendali e lavorativi senza gravare sull’inflazione né sui saldi macro finanziari pubblici”
La proposta è la stessa che si trova racchiusa nel documento programmatico e amministrativo pubblicato nell’ambito della riedizione del Libro, realizzata nel 2021, sotto il titolo di “Cattolici uniti dal 1891 per benedire un’Italia nuova” (Tonoli/Brambilla con prefazione del Banchiere Beppe Ghisolfi): un patto di respiro nazionale tra Erario, Settore bancario, Osservatori Prezzi delle Camere di commercio per consentire la monetizzazione dei Crediti fiscali certificati, secondo principi di tracciabilità, sostenibilità, portabilità e circolarità. Una linea interventista proattiva e responsabile, la cui adozione, oggi, avrebbe consentito sia di attenuare il livello assoluto e relativo di deficit, sia di portare il prodotto interno lordo a tornare a crescere neutralizzando gli effetti inflazionistici e abbattendo sul serio i costi aziendali e familiari e, con essi, la pressione tributaria globale senza spostarla da una voce all’altra, o da un livello istituzionale all’altro, come oggi invece sta avvenendo

“Il dato odierno, diffuso dall’Istat, sul rapporto fra deficit e Pil, e sulla permanenza dell’Italia nella procedura comunitaria di infrazione per disavanzo eccessivo, conferma le rigidità formalistiche dei trattati europei, concausa della stagnazione del prodotto interno lordo e della decrescita industriale del nostro Paese, due condizioni che tristemente vengono perpetuate in modo indefinito e che, a propria volta, impediscono l’assorbimento dei deficit e impongono al bilancio dello Stato il conseguimento di avanzi primari incompatibili con le esigenze di azioni espansive anticicliche. Premesso che il Governo italiano avrebbe dovuto cogliere l’occasione del dibattito sulla riforma del Patto UE di stabilità per affermare il principio di conteggiare, in relazione al Pil, la sola quota di debito pubblico detenuta da sottoscrittori o compratori esteri, essendo quella restante una forma di accantonamento del risparmio delle famiglie e delle aziende italiane e di investimento patriottico meritorio del nostro Settore bancario, dal momento che il superamento degli attuali parametri non è realistico nel medio/breve periodo, la sola via perseguibile, nell’immediato, per promuovere una reale immissione di liquidità, non a debito e non inflattiva, è quella che, come Confedes Fede, delineammo fin dal 2021: un accordo nazionale fra Erario, Istituti di credito, Osservatori Prezzi di Camere di Commercio e GdF per la monetizzazione dei Crediti fiscali certificati”.
Lo ribadiscono i dirigenti apicali della Confederazione datoriale e sindacale Confedes Fede, Ivano Tonoli ed Erminio Brambilla, a commento dell’odierno dato di Istat che non ha permesso all’Italia la fuoriuscita anticipata dalla procedura di infrazione europea per eccesso di deficit, nonostante i fardelli fiscali imposti a famiglie, professionisti e imprese: “Se a non crescere è il Paese economico reale, anche i parametri dell’economia finanziaria diventano più onerosi da mantenere, e faticano a trasferirsi sulla produzione reale”.



