Da Landini a Sassoli, a Pistoia la tre giorni di “Cgil Incontri”

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Se è errato ritenere che i lavoratori non abbiano patria, altrettanto fuorviante è ritenere che ne abbiano una sola, e che noi si sappia qual è». Così Eric J. Hobsbawm trent’anni fa poneva il tema delle identità nel suo libro Lavoro, cultura e mentalità nella società industriale. Più di recente Colin Crouch, che ci ha messo in guardia sui rischi della post-democrazia in un mondo governato da ideali tecnocratici, ha provato ad articolare queste identità multiple in un’immagine descrittiva, sostenendo che le identità nazionali o locali non stanno scomparendo, e non è nemmeno auspicabile che avvenga, ma per evitare che rispondano alle sollecitazioni che le insidiano con soluzioni reazionarie e xenofobe dobbiamo iniziare a immaginarle come inserite dentro a una matrioska. Questa visione implica l’attribuzione ad ogni livello di specifiche prerogative e poteri di governo, concepite in un mondo fondato sulle interconnessioni tra differenze che resistono all’omologazione capitalista. Si tratta di adottare un approccio basato sulla mutua collaborazione e non sull’economia di rapina e di dominio, connotato da un forte spirito solidaristico, in ultima analisi di un rinnovato internazionalismo, che si distingua da un vago cosmopolitismo proprio per la capacità di tenere insieme il riconoscimento della diversità identitarie e financo l’orgoglio di appartenenza ad una data storia – rigettando una mono-identità globale – in un progetto solidale e progressista.

Sul nesso unità e diversità si muovono del resto molte riflessioni, dalle idee di Gramsci sull’unità dei subalterni alle “moltitudini” di Toni Negri e Michael Hardt, passando per il concetto di “popolo” come unificazione di rivendicazioni diverse elaborato da Ernesto Laclau e Chantal Mouffe fino alle teorie e pratiche che caratterizzano il movimento femminista e che oggi riprendono vigore anche grazie ai lavori di Nancy Fraser ed al suo Manifesto.

Certo fra la teoria e la pratica le questioni aperte sono numerose, ed è a partire dal confronto su queste che l’edizione 2019 di CGIL Incontri intende muovere. Si tratta di coniugare un approccio alle vie nazionali alla democrazia, allo sviluppo e al benessere che rispetti i limiti ambientali e rifugga tanto il relativismo culturale o i rischi di sfociare in un razzismo differenzialista quanto un’idea neocoloniale di estensione del modello occidentale (come l’esportazione della democrazia), quanto, infine, forme di egemonismo da parte di singole potenze negli spazi regionali.

Una volta preso atto che lo Stato non è destinato a scomparire e che il suo ruolo non è venuto meno la domanda per noi diventa: quali e quante prerogative questo può e deve esercitare? Quali e quante di queste possono essere affidate ad organismi internazionali, e con quali garanzie che non si risolvano nel mero esercizio di rapporti di forza?

Domande che ci portano dritti al cuore di un problema sempre più pressante. Nelle strutture sovranazionali è possibile (è ancora possibile) costruire una pratica che tenga insieme interconnessioni e autodeterminazione nazionale, l’esercizio della sovranità popolare con il governo dell’economia, oppure queste sono condannate a forme di egemonismo, conformismo, tecnocraticismo e divisione internazionale del lavoro dettate dalla pura legge del più forte? È possibile contrattare i modi dello stare insieme, e se sì come? I sistemi di welfare state sono possibili su scala sovranazionale o possono essere costruiti unicamente a livello statale? E a livello statale, possono esistere solo in presenza di una nazione omogenea, come si sente ormai dire anche da insospettabili e quindi devono per forza sposarsi con un’idea di esclusivismo nazionalista, oppure possono coniugarsi con un concetto inclusivo, democratico e pluralista di cittadinanza, che separi il concetto di nazione da quelli di Stato e di popolo a partire dalla concezione dei diritti umani così come elaborati fin dai tempi della Rivoluzione francese?